Viser innlegg med etiketten Paul. Vis alle innlegg
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mandag 23. juli 2012

Defining us

Black Oak Ranch,Oak Town, 2437

-Dove state andando?-
Cecilia Ritter piombò alle spalle di Paul ("state" era ridondante) con una mano sul fianco.
- Puttanedaguerra.- protestò lui, trasalendo.- Sembri mia madre. E un po' anche la tua. E' inquietante, cazzo.-
- Dove vai? La festa non è finita.-
-Sì perché di solito noi restiamo fino all'ultimo. Fino alla preghiera di benedizione, eh?-
Noi. Di solito erano loro due.
Quando voleva, Paul sapeva essere cattivo.
No, non è vero. Era una cattiveria stolida e infantile, riuscita male.
-Comunque. Stiamo andando verso il fiume. Vieni? Oh, aspetta. Devi chiedere il permesso.-
Appunto.
- Quella che ti stai portando dietro è una cretinetta di Capital City che vuole solo divertirsi.-
- Ma va'.-
- E' venuta qui con Mary Keller.-
-Che è già sulla collina con Jaden, perciò...se hai finito il terzo grado, io andrei.-
Cecilia seguì le lunghe gambe di Paul scavalcare lo steccato con gli occhi stretti stretti e cattivi.
Quella era cattiveria come si deve.
- Gli verrà la sifilide.- decise.
- Non è un po' cattiva? Finisce che poi ha conseguenze sul cervello e ...no, non me lo ricordo, era l'esame complementare di malattie della Terra-che-fu.- Tristan emerse dall'ombra indolente, le mani nelle tasche.
Cecilia sghignazzò, voltandosi a guardarlo.
- Dovrebbe avercelo un cervello prima.-
-Mmmm- lui le offrì una sigaretta e gliela accese, prima di fare lo stesso con la sua.-Non è che tante volte sei nel posto sbagliato con la persona sbagliata?- chiese, tranquillo. Sembrava quasi più curiosità, la sua. Anche se Cecilia vedeva la patina sottile ed educata di irritazione che lo ricopriva ogni volta che aveva a che fare con Paul.
- Regola numero uno: Paul Carter sarà sempre giusto in mezzo tra me e te come tra me e chiunque altro.-
Tristan allargò le mani.
-Comandi, signora. Esiste una regola numero due?-
-Ci saltiamo la benedizione finale e andiamo a pomiciare al granaio.-
Tristan ridacchiò piano. Strinse la mano affusolata di Cecilia nella sua e la seguì, completamente in balia delle sue regole.

-Mi hai portata qui ssssolo per il ssssesso.- dichiarò allegra l'amica di Mary Keller.
-Dio mio, no.- le assicurò depresso Paul. Buttò giù un altro sorso di una birra troppo leggera mentre non le prestava attenzione. Più che altro, le lanciava di tanto in tanto un occhio per assicurarsi che non finisse nel fiume ubriaca da sprovveduta core quale era.
-Mmm e allora com'è che continui a farmi bere.- disse lei, l'occhio languido, l'equilibrio anche.
-Nella speranza che tu chiuda il becco.- le spiegò lui con dolcezza. Tanto la mattina dopo l'avrebbe dimenticato. Lei.
Lui se la sarebbe ricordata abbastanza da tenere a mente che doveva girarle alla larga. Lei e quella scema dell'amica sua.
Non aveva nessuna intenzione di accollarsi la forestiera, se ne stava andando al saloon in santa pace.
Ma poi...era stato precipitoso e Cecilia era stata determinante nel direzionare la sua fuga.
-Che accidenti vuole, ha il suo dottorino.- borbottò. L'amica di Mary Keller si lisciava i lunghi capelli da sirena. Si era seduta tra l'erba con fare regale. Per il momento era innocua.
Jaden avrebbe pagato, se mai fosse sceso dalla collina.
Gli sembrava di vedere un holofilm che cominciasse da un punto errato e proseguisse un po' a ritroso e un po' no. Era tutto sbagliato. Lui doveva essere sotto la Quercia con qualcun altro, rilassarsi, essere felice, godersi l'estate e non pensare a niente. E bere roba migliore di quella.
Fortunatamente non c'era lì un Tristan a fargli la domanda.
La risposta sarebbe stata sì: era nel posto sbagliato con la persona sbagliata.

torsdag 19. juli 2012

Strangers

Oak Town, 2437

Cecilia Ritter corse giù per le scale scalza, con la grazia animalesca di una ballerina e di un felino.
Era la quinta volta, quel giorno. Aspettava suo padre e doveva essere la prima ad aprirgli per fare ancora una volta il loro stupido gioco, come quando era bambina. Come ogni volta che lui rientrava da un incarico fuori.
Non era minimamente preparata al tipo che si trovò sulla porta e solo il cielo sa di quanta preparazione avesse bisogno.
Uno straniero- un affascinante straniero - stava appeso al soprassoglio e quasi lo sfiorava con la testa. Indossava abiti indubitabilmente core, dalla camicia dal colletto coreano, alla giacca, ai pantaloni, alle scarpe, che non erano i soliti terribili, terribili anfibi cui era tanto affezionato.
-Paul.-
E' vero: Cecilia lo disse in modo molto poco lusinghiero, quasi dubitasse che dietro a tanta figaggine potesse esserci proprio il suo compagno di giochi.
Lo straniero rise, con la voce e quel modo peculiare di Paul, che spingeva la risata su per gli zigomi alti fino agli occhi di un azzurro strano.
Lo straniero aveva anche una mano enorme, e fece il solito gesto rituale di spalmargliela in volto a mo' di brutale carezza, quello con cui si riappropriava di lei, dell'estate, di Oak Town, ogni anno.
- Quanto sei bella, a bocca aperta come una trota.- la canzonò.
Cecilia chiuse la bocca. Guardò i suoi capelli cortissimi, ridotti a uno strato leggero di peluria dorata sotto i raggi del sole morente. I baffi- gli immancabili baffi- la barba, erano un velo curato e appena accennato. Cecilia provò come al solito l'impulso di soffiare per pulirgli il volto.
Gli tirò un pugno nello stomaco. Era rituale anche quello, ma si accorse che lui aveva rinforzato parecchio la difesa addominale.
-Quando sei arrivato.-
-Ora.-
In anticipo. E Cecilia capì che era andato lì dritto dallo spazioporto. Ecco perché indossava ancora abiti core. Si scostò per lasciarlo passare e per riorganizzare in silenzio i suoi organi interni sottosopra. Credeva di avere almeno un altro paio di giorni di tempo, per allestire le difese. Non si vedevano dall'estate precedente. Da quando avevano sputtanato tutto. O meglio: da quando lui aveva mirabilmente sputtanato tutto, l'ultimo giorno. Aveva paura. Tanta.
Così tanta che a Natale aveva temporeggiato fino all'ultimo, prima di scoprire che Paul non si sarebbe allontanato da Gandhi per via del suo addestramento, tirare un sospiro di sollievo e prendere l'ultima nave che la portasse a casa sotto l'albero.
Paul non si mosse dalla soglia.
-Ciao, Eir.- salutò alzando la voce. Easy. Eir era easy. -Tuo padre c'è? -chiese subito dopo.
Suo malgrado, Cecilia ghignò.
-Sì- mentì con prontezza.
-Mi accompagni a casa?-
-Le due cose sono correlate?- domandò lei divertita.
Lui sorrise con indulgenza accettando le sue prese in giro. Era già a casa.
- Sallie si è fatta scappare con mamma che tornavo oggi. Credo abbia consultato compulsivamente tutti gli orari e se non mi vede arrivare per quando si aspetta ci troviamo i federali a circondarti casa.-
Cecilia rise. Era da Quinn.
- "...è...alto, e grosso, e muscoloso, e ha il porto d'armi e sta studiando per diventare un tiratore...ma vi prego, trovatelo, è così indifeso... non potete lasciarlo là fuori tutto solo...è quasi buio!"- la imitò Paul alla perfezione.
Anche Eir rise, dal piano di sopra.
Cecilia aveva dimenticato per un momento l'angoscia.
Non aveva fatto altro che sognare le sue ultime parole, in quei giorni.
Conosceva Paul come le sue tasche: era un idealista romantico, un adorabile idiota. Come minimo si aspettava di vederlo comparire fervente d'immutato amore e con una proposta di matrimonio.
Invece, si era dovuta ricredere. E si era rilassata.
Prese le chiavi della motorbike.
-No, che fai. A piedi.- impose lui.
Cecilia piombò nel panico di nuovo chiedendosi perché volesse passeggiare con lei e azzardò un paio di risposte per nulla consolanti.
-Dai, muoviti. Che sei diventata mentre non c'ero?-
-Hey, piantala di fare l'atletico- lo avvertì, mentre si richiudeva la porta alle spalle senza riuscire a lasciare in casa il magone.
Paul le prese la mano in un gesto naturale e abitudinario. La guardò quando la sentì irrigidirsi.
-Sul serio non ti va di camminare?- le chiese, perplesso e premuroso.
Adorabile, adorabile ingenuo.
- Sei un bamboccio in un corpo enorme, Carter.-
- Grazie, ma non ho ancora nominato le tue tette, a che devo l'onore?- chiese quieto e divertito.
Cecilia chiuse a chiave ogni pensiero nel cassetto dei calzini e si aggrappò al suo braccio.
Era felice di vederlo. Era felice che fosse lui.

Con grande sollievo di Cecilia, era tutto normale.
Avevano proseguito per un bel tratto, raccontandosi di tutto. Si tenevano per mano, costeggiavano il sentiero camminando sui due margini opposti, si spintonavano in ogni occasione, si insultavano e tornavano a cercarsi.
Non aveva mai sentito Paul tanto loquace e un po' amava e un po' temeva quella luce vagamente fanatica nel suo sguardo.
-...e la tenda?-
Non si era accorta di quanto vicini fossero alla Quercia, finché il tono da bambino deluso di Paul non l'aveva  richiamata alla realtà. Avvampò, ma mantenne il controllo.
-Beh, ti aspettavo, no?-
No. Di solito la montava chi arrivava per primo. Era il regalo di benvenuto per l'altro.
Cecilia non l'aveva fatto di proposito. Nel senso: l'aveva fatto di proposito a non montarla. Non sapeva ancora quanto profonda dovesse essere la distanza tra loro due per riuscire a salvare tutto.
Paul la guardò per un attimo senza dire niente. Era un uomo, ormai.
Si lasciò cadere tra l'erba e si sfilò le scarpe.
Beh, a tratti, non sempre.
Cecilia rimase interdetta per un solo attimo, poi lo imitò e fece un sacco prima, visto che portava pratici sandali da rally.
Anche il primo bagno di stagione era un rito. Doveva avvenire a poche ore dalla ricongiunzione, per sancirla definitivamente.
Paul si rialzò aggrappandosi all'erba con i piedi nudi.
-Che bella...sensazione.- dichiarò, respirando solo allora a pieni polmoni. Si sfilò la giacca di ottima fattura facendosela roteare sopra la testa e lasciandola volare lontano con estrema noncuranza.
Cecilia rise e corse spontaneamente a sbottonargli la camicia.
Brutta, brutta cosa. Se ne accorse troppo tardi. Era un gesto così noto. E così sbagliato.
Paul le aveva stretto il polso per fermarla prima di potersene accorgere. Sicuramente aveva rievocato in lui gli stessi pensieri, le stesse sensazioni. Si erano guardati senza fiato.
Cecilia si era dedicata a sbottonare la propria camicia enorme, che portava a mo' di vestito. Sotto, aveva sempre il costume. Corse in acqua per prima per annegare e lavare via quell'attimo di imbarazzo.
-Stasera c'è una festa al Black Oak. Andiamo?- la voce tremava un po' nel suo bislacco tentativo di tornare a era tutto normale.
Paul fu invece costretto a tenere i pantaloni core. La seguì, entrando piano nel fiume.
Era così strano: così diverso e così sempre lui.
-Sì, va bene. Non ho ancora salutato la zia Roona.- spiegò, guardando accigliato la superficie dell'acqua. Dopo un momento di cipiglio ostile, si tuffò con una certa eleganza per uno grosso come lui.
Cecilia si guardò intorno, seguendolo a stento sotto il pelo dell'acqua. Non fece in tempo a voltarsi, che si sentì sollevare sulle sue spalle. Come al solito.
-HIGHASAKITE!- pronunciò Paul a mo' di grido di guerra. Cecilia stava ancora ridendo senza ritegno quando fu alla lettera lanciata in acqua e stava ancora ridendo quando riemerse cieca e sputacchiante.
La risata grossa e profonda di Paul si unì alla sua mentre la recuperava per evitare che affogasse.
-Sembri una ninfea rachitica.- le fece presente lui osservando il cespuglio di capelli pressoché impermeabile all'acqua. L'intenzione era quella di scostarle ciocche ricce dal volto e si ritrovò col suo viso tra le mani. Col suo viso pericolosamente vicino. Con le labbra che quasi sfioravano le sue.
-Ti faccio conoscere Tristan, stasera.-
-Tristan.-
-Sì-
Paul la guardò negli occhi per un momento solo e la lasciò andare.
Ecco. La parte in cui doveva spezzargli il cuore e pulircisi i piedi era quella che Cecilia preferiva meno, del suo piano geniale. Il resto, poteva funzionare alla grande.
- Un altro bullo sensibile?- chiese Paul, algido.
Sapeva essere cattivo in un modo che arrivava dentro, nel profondo, e usciva dalla schiena.
- No. E' il nuovo veterinario del Black Oak.Ci frequentiamo da un po'-
Non era proprio vero, ma data la cotta che lui dimostrava d'essersi preso, non le sarebbe stato difficile accelerare le cose e salvare Paul. Il suo Paul, quello che voleva per sé tipo per sempre. Senza il rischio di complicazioni.
Paul sollevò un sopracciglio serico. Non disse niente.
Spezzargli il cuore e calpestarlo. E assistere, impotente.
-Sali. - le ordinò lui burbero.
Cecilia impiegò un istante a capire che parlava delle sue spalle.
-Andiamo a casa via fiume?- chiese, stupita. Lo adorava, ma si era anche aspettata che Paul la piantasse lì invece di consentirle qualcosa che le piaceva tanto.
- Mhmh.- confermò l'ovvio Paul.
Cecilia si arrampicò.
-E i vestiti?-
-Ti fai dare qualcosa da Sallie.-
-E la tua giacca?-
-Non ho bisogno di una giacca per essere figo.-
Cecilia rise. Avrebbe riso a qualunque segno di distensione da parte sua. Aveva bisogno di sapere che non c'era rimasto troppo male.
-Tieniti- ingiunse lui.
Cecilia si aggrappò al suo collo, fissò la sua nuca finché non le si incrociarono gli occhi, si lasciò accarezzare dall'acqua che scorreva a fior di pelle.
C'era un punto, in particolare, che avevano rinominato "il crocevia". Era un crocicchio di correnti poco sotto la proprietà degli Hayter, dove viveva lui. Era difficile, e occorrevano le braccia e le spalle da vogatore di Paul, le sue gambe da sirena, per riportarli a casa entrambi. Adorava quel punto, il brivido che dava sfidare la corrente, lavorare insieme, vincere e riprendere fiato a riva.
Per un momento bizzarro pensò che Paul l'avrebbe abbandonata lì per vendetta.
-Non farlo.- lo implorò, e gli strinse le braccia al collo.
-'cili, se mi strangoli muori anche tu.-
- Scusa.-
-Che c'è?-
-Niente.-
-Mi stringi come se-
-...-
-Stupida. Davvero pensi che potrei lasciarti andare?-
Eeeeeeeh. Bum. Cecilia non aveva mai messo in conto il proprio cuore spezzato.
Pensò con un sussulto che Paul non stesse parlando del fiume. Si augurò che stesse parlando anche di quello, però.
- No.- ammise.
-Fai male.- le fece sapere lui, prima di rovesciarla in acqua.
Paul era sostanzialmente buono. Era incapace di vendicarsi, non concepiva neanche il pensiero della vendetta.
Ma si tolse i suoi sfizi, a tormentarla, e Cecilia lo lasciò fare a mo' di risarcimento.
Attraversarono il crocevia lavorando ancora una volta in due.
Mentre riprendevano fiato a riva Cecilia pensò che erano riusciti a superare un'altra prova, insieme.
E non parlava solo del fiume.

mandag 16. juli 2012

Dei molti e mirabolanti modi per sputtanare ogni cosa parte IV

Oak Town, 2436


- Credo di essermi innamorato di te.-
Cecilia si era sentita gelare, strato dopo strato, fino in fondo all'anima. Lo aveva visto agitare una mano come se non fosse davvero lì davanti a lui.
-No, ne sono certo.-
Aveva fissato i quadri della sua camicia, le sue braccia incrociate con determinazione.
Paul non le aveva dato il tempo di rispondergli. Le aveva posato una mano enorme su una guancia con delicatezza.
-Vedi, 'cilia...questo, è sputtanare tutto.- le aveva detto. L'aveva guardata ancora un attimo prima di ridiscendere la collina non più verde senza un saluto.
Dal piazzale si sentivano le voci. Holden passò con Sallie in spalla e la scaricò tra le proteste nella jeep ormai pronta. Paul parlava poco.
Era un rituale che si ripeteva da anni.
Il loro non-saluto, la jeep pronta, restare a guardare finché non spariva nella polvere.
Era tutto uguale e tutto diverso.
Non poteva perdere Paul.
Era stata un'estate strana. Era stato bello essere ancora più vicini.
Non avevano voluto pensare alle conseguenze.
Avevano voluto godersi quei raggi di sole, finché duravano, indipendentemente da quello che sarebbe venuto dopo.
Dopo era arrivato.
Tra lei e Paul poteva funzionare splendidamente.
Ma poteva finire, come ogni cosa. E lo avrebbe perso per sempre.
Cecilia si abbracciò le ginocchia, seduta in cima alla collina.
Era innamorata di Paul, e ne era certa. Da anni.
Non avrebbe tollerato una vita in cui Paul Carter non facesse parte stabilmente del suo mondo.
Decise che entro l'estate successiva avrebbe avuto un nuovo fidanzato scombinato. Ogni cosa sarebbe tornata a posto. Senza rischi.

lørdag 14. juli 2012

Conflitti generazionali


Oak Town, 2436

Paul Carter aveva una voce grossa da baritono, quando urlava.
La voce di sua madre era invece molto rock. Holden aveva sempre sostenuto che avrebbe potuto fare la cantante professionista.
-Mhmh. Di nuovo?-
Sallie risalì i gradini gongolando e si accomodò sul dondolo accanto a suo padre. Salame le trotterellò dietro.
- Che ha fatto stavolta? Ha toccato di nuovo i suoi attrezzi?-
Holden sospirò. Non sapeva decidere se quello che Paul aveva fatto era più o meno grave rispetto all'episodio citato dalla ragazzina. Più che altro, sua moglie non l'aveva ancora deciso.
- Dici che lo sbatte fuori?- incalzò la giovane con educata curiosità.
- Pare si stia andando in quella direzione.- si sentì di confermare lui altrettanto educatamente.
Rimasero entrambi garbatamente in silenzio.
"Non ti ho cresciuto in questo modo! Non ti ho insegnato a mancare di rispetto a chi"
"Ma quale mancare di rispetto! Sono affari miei e non parlerò di questa cosa con te!"
-Aaaaaahn.- realizzò Sallie. - E' la faccenda di Cecilia.-
La faccenda di Cecilia consisteva in Quinn Thomson che beccava Paul e Cecilia nel granaio più o meno discinti e in atteggiamenti più o meno compromettenti.
Nulla di particolarmente sorprendente. Ogni persona, ogni filo d'erba, ogni steccato, ogni sasso di Oak Town era consapevole del fatto che prima o poi sarebbe successo. Tutti lo immaginavano. Tutti tranne Quinn Thomson.
- La faccenda di Cecilia?- chiese Holden pacatamente allarmato, sperando che ci fosse una spiegazione semplice e tranquillizzante alla consapevolezza serena e scontata di sua figlia.
Sperava tipo che saltasse su e gli dicesse: papà, ho tre anni! Invece, Sallie agitò composta una mano per confermare:
- Beh sì, Cecilia, il granaio, Paul.-
-Tu lo sapevi?- le chiese suo padre sofferente. E intendeva: tu sapevi della faccenda delle api e dei fiori e delle cazzate sulla cicogna? Sentì che stava sudando freddo mentre si chiedeva quando sua figlia avesse smesso di avere tre anni e l'abbuffata di costata di viscide come massima aspirazione esistenziale.
Sallie si strinse nelle spalle e Holden non si azzardò ad approfondire.
"E' la mia vita, per la miseria, fammi respirare!"
"Ti faccio respirare con la testa sott'acqua, magari esce tutta l'aria che hai nella scatola cranica!"
"Sono un adulto, che cavolo!"
"Il fatto che tu sia così grosso non fa di te un adulto! Hai solo le gambe troppo lunghe e le spalle troppo larghe!"
"Oh per la miseria! Per la miseria! Mi pare di sentire Ritter. Avete la stessa testa, la stessa testa!"
"Stai tranquillo che io a differenza di Ritter non sbaglio la mira!"
- Beh...onestamente questa mi sembra un po'  grossa.- commentò Sallie.
Holden fu costretto a dargliene atto. Se Quinn avesse voluto sparare a Paul e colpirlo avrebbe dovuto mirare  verso Jasonville, tipo.
- Non è il caso...che la vai a recuperare? Prima che si faccia male, per il suo bene.- consigliò la ragazzina con buonsenso.
Holden guardò l'orologio.
- Ancora un minuto e ventidue secondi.- spiegò
Sallie annuì e tornarono a godersi la quiete della campagna.
"Vuoi sapere cosa? Se devi rompere così il prossimo anno resto a Gandhi!"
"Sarebbe un sollievo per tutti, staremmo qui tranquilli!"
"Ma non ci verresti mai qui senza di me!"
Sallie e Holden si guardarono. Anche questo lo sapevano tutti i sassi di Oak Town: mamma chioccia non si muoveva senza tutti suoi pulcini. Piuttosto crepava tra quattro mura a Gandhi.
"Io non capisco come tu faccia a non vergognarti!"
"Ma vergognarmi di cosa, di cosa, è la mia vita, non ho fatto niente di"
"Come fai a guardare in faccia  sua madre e suo padre! Siamo amici da una vita e proprio tu"
"Ma suo padre non mi ha mai guardato in faccia figurati se si accorge della differenza!"
Holden prese un sospiro ed entrò in casa allo scadere del tempo.
Salame non ci pensò due volte ad occupare il suo posto sul dondolo
"Non essere irriverente!"
"E questo è essere irriverente! Hai montato un casino da una cosa STUPIDA!"
"Lo vedi che sei immaturo? E' una cosa stupida? E' UNA COSA STUPIDA? " 
" Sì! E sarebbe rimasta stupida se non avessi sputtanato tutto a tutti facendone una questione di stato!"
Holden avrebbe voluto tanto spiegare che non era stata Quinn a raccontare tutto ai genitori di Cecilia: aveva solo il cervello collegato a quello di Eir. Comunque, il tempo stava per finire, non sarebbe servito a niente.
"Una questione di stato? Una questione di stato? Fuori di qui! FUORI DI QUI, ADESSO!"
Tempo scaduto.
Holden attese sulla porta che suo figlio passasse,nero come l'inferno.
Sua moglie lo guardò con aria bellicosa.
-Se l'è cercata.- si giustificò.
Holden non disse niente. Aspettò di vedere la sua espressione afflosciarsi come un palloncino prima di andare in suo soccorso.
-Persi...ma perché lo fai ogni volta se ci stai così male.- la coccolò con dolcezza. Le tolse di mano sia il pane che il burro. Non funzionava neanche con lo stick, con quello che si spalmava senza coltello.
Lei si accartocciò in una faccia da bambina contrita.
-Vallo a prendere.- lo supplicò, come ogni volta.
- Ahm...non per togliere senso al dramma, ma non me ne sono ancora andato.- fece presente Paul affacciandosi sulla porta.
Quinn agitò una mano con indifferenza.
-Vallo a prendere dopo che se ne sarà andato.- corresse, compita.
-Ahm...e...devo sempre sbattere la porta?- volle informarsi suo figlio.
Holden annuì con aria saggia
-Non togliere senso al dramma- gli consigliò.
Paul se ne andò, sbattendo la porta.
Holden spalmò il burro con infinita tenerezza per una moglie infinitamente contrita.

søndag 8. juli 2012

Dei molti e mirabolanti modi per sputtanare ogni cosa parte I


Oak Town, 2436

Cecilia e Paul percorrevano con una certa baldanzosa dignità il sentiero diretto verso la sbronza.
- Ti prego. Ti prego. Ripetilo. Non ci posso credere. Non puoi essere così scimmione.-
-Ascolta...ascolta 'cilia : frignava.- per Paul era essenziale che lei capisse. Si avvicinò alitando brandy come un drago alcolizzato. - Frignava, capito.-
- Mh. E tu le hai detto : -
-"Vieni via. Vieni con me su Greenfield se ti secca che passiamo l'estate lontani."-
- E lei ti ha detto :- Cecilia si sentiva particolarmente calata nel suo ruolo di presentatrice.
-" Che schifo. E' tutto verde. E ci sono le mucche. Puzzerà da morire."-
Cecilia ululava dal ridere e gongolava con tutti gli ultimi neuroni non ancora intossicati. Era bello scoprire che la spiegazione al suo cortex spento era migliore di qualsiasi immaginazione.
- E tu : -
-Le ho stretto la mano e le ho detto addio.- dichiarò lui eroico. Si avvicinò un po' troppo e oscillò pericolosamente mentre le passava la bottiglia. - Non si insulta Greenfield davanti a me.-
-Giusto- convenne Cecilia, le lacrime agli occhi.-L'hai piantata con una stretta di mano. Quanto sei cafone.- gli fece sapere, tracannando l'ottimo liquore.
- Ei, se mi dici così, se mi dici così - non cafone. A quello ci era abituato. Parlava della faccenda Greenfield e Cecilia lo sapeva. -....non hai capito niente, di me.-
-Niente.-
-Proprio niente.-
-Lei non ha mai capito niente di te.-
-....-
- ...io ti capisco.-
-Tu mi capisci- dovette concedere Paul.
- Solo io ti capisco.-
-Solo tu mi capisci- si trovò a convenire ancora.
Cecilia aveva labbra morbidissime e sapeva di brandy. Si baciarono con una certa perizia. Era la cosa più naturale del mondo. Aveva capelli morbidi e setosi e lui intrecciava le sue dita tra quei riccioli ribelli per attirarla a sé. Lei gli aveva allacciato le braccia al collo poco prima che finissero distesi tra l'erba. Premeva il seno piccolo e sodo contro di lui che rispondeva con un gorgoglio appagato.
Paul si accorse che il suo corpo cominciava a reagire.
Si alzò in piedi come se fosse caduto su una molla e in meno di una frazione di secondo aveva già percorso tutta la distanza fino al ponte.
-Checcavolofai.- chiese, all'improvviso lucidissimo e preda dell'ansia.
Cecilia apparve disorientata e per un momento lo cercò tra l'erba, come se le fosse appena caduto dalla tasca. Strinse gli occhi per metterlo a fuoco e probabilmente si chiese come avesse fatto ad arrivare così lontano.
-L'abbiamo giurato. Neanche da sbronzi.- non era ansia, era angoscia proprio. - Non deve mai succedere. Mai.-
Cecilia pensò che probabilmente se avesse potuto si sarebbe sfidato da solo a duello per vendicare il suo onore oltraggiato. Ce l'aveva scritto in faccia.
- Non ti piaccio.-
- Dio mio.-
- E' così- anche Cecilia frignava, un po'. Si guardò con una certa aria critica, si pizzicò un fianco e risalì con la mano fino a definire con innocenza il profilo di un seno.
-PUTTANEDAGUERRA, CECILIA- Paul aveva chiuso gli occhi ben stretti e li copriva convulsamente con le mani come se fosse stato appena accecato. - Basta così. Serata finita. Te ne torni a casa. Da sola.-
- Non mi trovi bella e desiderabile, mh?-
-Chiamo Jaden. Ti faccio accompagnare da Jaden. Lui è...temprato.-
-Sono triste.-
-Fai bene a esserlo-
-Ma perché vuoi tutte quelle sciacquette core tutte uguali? Che cosa hanno loro che io non ho, mh?-
-Hey. Che è successo?- Jaden era sceso dalla collina rispondendo al segnale con prontezza.
- Portala via.-
-...cosa?-
- Portala via.-
- Non mi trova bella. A lui piacciono i manic-
-Cecilia, per l'amor di Dio, sei ubriaca.-
-Beh, anche tu.-
Jaden Hunt guardava confuso i suoi amici. Indubbiamente discretamente ubriachi entrambi. Fu illuminato dalla luce della comprensione e ghignò. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. Aveva scommesso con Bryce Donovan.
-Portala via, Jade.-
-Waoh-
-Portala via e sta' zitto.-
Ghignando, Jaden Hunt si caricò Cecilia in spalla pronto a scaricarla direttamente sulla soglia di casa.
- Lo rimpiangerai.- salutò lei Paul.
Lui, dal canto suo, tornò a casa perfettamente lucido e turbato e percorse al lungo il perimetro esterno dell'abitazione prima di riuscire a mettersi le cose a posto nel cervello.
Quando i Carter si svegliarono, quella mattina, scoprirono di avere un fossato intorno casa.

onsdag 27. juni 2012

Battaglie, a ognuno le sue


Eleazar Ritter studiava sua moglie con espressione severa attraverso la luce notturna che filtrava dalla finestra.
Lei gli restituiva uno sguardo irremovibile semiaffondato nel cuscino.
Risate in sottofondo.
- Non puoi.- fu Eir a rompere il silenzio.
-Sì che posso. Lo butto fuori.-
- Ha diciassette anni.-
- E allora. Io alla sua età-
-Quinn ci ha chiesto di dargli un'occhiata finché non tornano.-
-L'ho guardato fin troppo per i miei gusti.-
-Ci hai solo cenato insieme e l'hai relegato a dormire sul divano.-
-...-
-...-
Eleazar si girò sulla schiena e si impegnò a guardare il soffitto con la perizia di un architetto di Cap City.
- Voglio dirti solo una parola : pazienza.- le fece presente con sussiego. La sua la stava perdendo tutta, a forza di sentire risolini dal piano di sotto.
- Ne ho una anche io e fa giusto rima: astinenza.- fu pronta a rispondere lei. Guardava il suo profilo non senza un certo divertimento.
Eleazar si voltò.
- Potrebbe star insidiando TUA figlia in questo stesso momento.- giocò la carta della responsabilità con tono leggero, ma l'indice che le puntava contro era categorico. - Non so perché lo lasciamo dormire qui.-
- El, ma l'hai visto?-
-...-
- E' Quinn con un accenno di barba, che vuoi che faccia. Al massimo è TUA figlia che può insidiare lui e finisce che ci tocca anche andare a salvarlo.-
-...-
-...-
-Sì, è vero.-
Eleazar stava già saltellando fuori mentre cercava di infilarsi i pantaloni.
- E adesso dove vai.- gli chiese lei mentre lui apriva la porta e una zaffata di risate soffocate li raggiungeva.
Eleazar tese l'orecchio: voci, cigolii, versi strani...e le molle del divano.
-...adesso lo ammazzo.-
Eir si voltò sulla schiena, rassegnata a concedergli dieci secondi di vantaggio.


Tutte le luci- tutte insieme- si accesero di colpo mentre qualcuno ciabattava giù per le scale.
Paul e Cecilia rimasero bloccati esattamente dov'erano in un turbinio di piume. Chiunque fosse di ronda, arrivava nel momento meno adatto per interrompere la loro attività: Cecilia stava avendo la meglio ed esultava in piedi sul divano scaricando salve da cinque cuscini rotondi su un dimesso Paul che cercava, invano, di farsi piccolo dietro una sedia.
Si guardarono solo un momento, gli occhi dilatati dall'eccitazione e dall'allarme, e seppero immediatamente cosa fare.
Quando le gambe, il torace, il nahm il viso di Eleazar Ritter comparvero sul piano, erano pronti.

Nonostante tutte le congetture e la speranza di poter sbattere fuori Paul Carter, Eleazar si era premurato di fare molto molto rumore, scendendo. Nella seppur remota possibilità, non avrebbe retto a una scena di quel tipo.
Li trovò schierati come soldatini,  in piedi contro il divano, spalla a spalla,completamente vestiti. Notò con rammarico che Paul indossava un pigiama integrale, privandolo così di una scusa per sottrargli punti.
-Papà.-
-Mr. Ritter.-
Eleazar ghignò dentro. Sua moglie era stata subito "Eir".
Li guardò a lungo, l'espressione indecifrabile.
- Hai perso la strada per la tua stanza?- chiese a Cecilia. In realtà squadrava Paul con aria crudele. Il ragazzo non si muoveva. Probabilmente neanche respirava.
Eleazar si divertiva come un pazzo.
Piume sparse vorticavano nell'aria. E stavano attaccate ai loro capelli, ai vestiti.
Con discrezione, Paul ne tolse una dai capelli di Cecilia. Come se nascondere quella traccia non consentisse di capire che cosa fosse accaduto lì.
- Ho portato un cuscino a Paul- gli rispose Cecilia, impenitente. Era ovviamente rilassata.
-Un cuscino.-
-Sì.-
-Già-
-Tu invece che ci fai qui?- chiese lei ciarliera. Sì, si divertiva anche lei.
-Ci vivo.-
-Intendo, a quest'ora.-
-Ci vivo anche a quest'ora.-
- Di sotto, papà-
Eleazar la squadrò a lungo. Era orgoglioso di sua figlia.
-E' comodo il divano, Thomson?- domandò, cambiando preda all'improvviso. Lo vide trasalire.
- Er, Carter, signore.-
Sembrava un soldatino. Era divertente.
- Thomson.- insisté. Eir aveva ragione. Era uguale a sua madre.
Lui sembrò capire.
-Sì. Signore.-
Eleazar si esibì in uno dei suoi soliti sorrisi predatori. Non aveva più niente da dire.
-Fila in camera tua.- esalò all'aria mentre cominciava a risalire. Sentì la risatina di sua figlia. Non era mai stata mandata in camera sua. Al massimo, capitava che fosse lei a mandarci i genitori, a mo' di punizione.
Aveva guadagnato due gradini quando un cuscino lo colpì alla nuca.
Sentì la risata aperta di Cecilia e il respiro mozzo e impanicato di Paul.
Raccolse il cuscino lentamente. Si voltò piano.
La guerra era appena iniziata.


-Ehm, caffè? - propose Eir con disinvoltura quella mattina.
Quinn Thomson batté le palpebre chiedendosi se non stesse ancora dormendo.
C'erano piume nei suoi riccioli lenti. Piume a terra, piume sui mobili, piume che vorticavano nell'aria.
-Che...avete tolto di mezzo un pollaio, per la colazione?- domandò la bionda, adattandosi alla disinvoltura d'ambiente.
- Non abbiamo più un solo cuscino,in casa.- spiegò Eleazar, comparendo sulla porta con sussiego e con un paio di portentose occhiaie.
- So che cosa regalarvi per Natale.- promise Quinn. - Paul si è...- un po' era evidente che le sembrasse stupido chiedere se suo figlio si fosse comportato bene. C'erano mucchi di piume ovunque.  Anche tra i suoi capelli, quando uscì. Diede il cinque a Eir in maniera molto cameratesca. Non si azzardò, con Eleazar.
Anche Cecilia aveva piume tra i capelli, quando seguì Paul.
- Beh, grazie per...- no, non era sicura che gli avessero dato un' occhiata e che avessero contenuto le sue energie adolescenziali.-...tutto.- optò, riuscendo a trovare una definizione onnicomprensiva.
Eir ghignava dondolandosi sulla porta.
Anche la bionda rise.
-Quando non riesco a tenerlo ve lo mando con una pila di cuscini.- promise.
Paul le sfilò le chiavi della jeep e lei alzò gli occhi al cielo. Salutò, rassegnata al posto del passeggero.
I tre Ritter rimasero sulla soglia a guardarli allontanarsi .
- Comunque, è una schiappa.- decretò Eleazar, volgendosi verso l'interno.
-Intanto, tu hai perso e ora pulisci.- lo punzecchiò Cecilia.
-Solo perché è arrivata tua madre a darvi manforte. C'era un netto squilibrio numerico.-
-E fino ad allora eravate uno contro uno, Paul non osava colpirti.- fece presente Eir con molto realismo.
- Bene. Deve portare rispetto.-
-Intanto, "rispetto", vedi di pulire. Vogliamo trovare tutto in ordine, quando ci svegliamo.-
Sterling madre e Sterling figlia risalirono le scale con una certa baldanzosa soddisfazione.
Finalmente solo, Eleazar si accese una sigaretta col solito ghigno sornione. Sprofondò nel divano, sollevando sbuffi di piume.

lørdag 16. juni 2012

Futuro,più tardi, grazie

Cecilia Ritter risaliva il graticcio senza nessuna difficoltà e con la disinvoltura conferita dall'abitudine.
Era pomeriggio inoltrato, le finestre erano tutte aperte.
Batté le nocche contro la cornice, prima di infilarsi dentro.
Paul era sdraiato sul letto con aria bellicosa e depressa. Teneva un intero vassoio ricolmo di panini sull'addome e sparava con la pistola-controller a vari tipi di vascello proiettati sulle pareti e sul soffitto della stanza.
Era un videogioco classico, mai passato di moda.
Cecilia posò i piedi a terra e aggrottò la fronte. Quei muri avevano visto tante volte quella sequenza, ripetuta da un paio di generazioni almeno.
-'ao.- la salutò Paul. Aveva la strabiliante capacità di infilarsi interi panini in bocca anche da steso. Cecilia pensò che non li masticasse neanche. Aveva una mira perfetta e non sbagliava nessuno dei colpi elargiti con irritazione indolente.
Non si vedevano da mesi.
- Beh? Non ti hanno fatto mangiare, a Ghandi?-
Per tutta risposta Paul aggredì un altro panino.
- Sei sempre il solito cafone.- constatò lei interessata, acciambellandosi ai piedi del letto, sul pavimento.
Paul fece penzolare una mano enorme per passarle un panino.
Cecilia diede appena un morso, lo restituì. Anche quello scomparve per intero tra le fauci del giovane.
- Non 'i 'anno prefo-
Non c'era bisogno di traduzione. Il selvaggio trionfo che le si agitò nello stomaco le fece provare un po' di vergogna e senso di colpa. Era una cosa a cui Paul teneva, doveva essere dispiaciuta per lui.
-Com'è? Troppo giovane?-
Lo sapevano. Non aveva grosse possibilità prima di un anno, forse due, ma quando le aveva detto di voler comunque tentare prima l'ingresso in accademia l'aveva lasciata in un profondo stato di prostrazione. Significava che avrebbe trascorso tutta l'estate a Gandhi.
Paul si strinse nelle spalle, ingollò due panini uno dietro l'altro.
- Ti prenderanno l'anno prossimo.- decretò Cecilia con aria molto più rilassata. Prese il secondo controller allungandosi fino alla scrivania. Si accorse che il suo cortex era spento.
- Almeno, la fidanzatina di Gandhi sarà contenta se non corri rischi- ghignò con un certo senso di rivalsa. Quella sciacquetta odiosa.
Paul grugnì in un modo che confermò ogni suo sospetto. D'altro canto, da che stava con quest'ultima vergine afflitta, era obbligato a usare il cortex come un prolungamento del suo braccio per i non facoltativi puccipucci di rito. Se era spento e lontano, avevano come minimo litigato.
Cecilia stavolta non provò il minimo senso di colpa quando sentì il trionfo allargarsi e colarle in petto.
Prese a sparare agli hologrammi di navi spaziali con un certo entusiasmo. Era così ringalluzzita che non ne beccava molti.
Paul sbuffò, mise da parte il vassoio e la sollevo sul letto con un solo braccio.
- Scimmione.- lo apostrofò lei.
Lui le indicò le navi nemiche con aria solennemente seria e un panino tra le labbra.
-Di positivo c'è che abbiamo tutta l'estate.- rifletté tra il quarantacinquesimo e il sessantaduesimo panino. Sembrava essersi un po' ripreso.
-Oh, te ne sei accorto, ti ringrazio. Pensavo volessi restare qui a mangiare depresso finché non passavi più dalla porta-
Paul rise e la spinse con una manata delicata. Cecilia finì lunga distesa sul letto.
- Alzati, svergognata. Se entra mia madre pensa che vuoi farmi toccare le tette.-
-...-
- "sei un bamboccio in un corpo enorme, Paul Carter"- suggerì lui con vocina stridula.
Cecilia rise. L'estate era davvero cominciata.
- Resti a cena?-
-Perché...hai anche intenzione di cenare?-
Paul le infilò un panino in bocca senza perdere troppo tempo.
- Papàààààà- chiamò- Abbiamo ospiti per cena, puoi evitare che la mamma cucini?-
Holden rispose le sue speranze dal piano di sotto e promise che avrebbe fatto il possibile.
Restarono a sparare ai muri e a progettare l'estate fino a ora di cena.
Poi passarono alla fase operativa e uscirono nella notte meravigliosa di Greenfield pronti ad appropriarsi di ogni giorno insieme,fino all'ultimo.

torsdag 14. juni 2012

Vegliare e raccogliere


- Fallo di nuovo e te lo giuro, sei morto.-
Paul Carter era un ragazzo garbato e piuttosto discreto. Crescendo, col passare degli anni, era diventato anche più riflessivo e riservato.
Fu con placida calma che infilò quelle parole nel cervello del tipo che teneva sospeso per il collo contro il muro del saloon.
Pareva non gli costasse la minima fatica.
- Dimmi solo che hai capito, figliodiputtana. Fai un cenno.-
Prima che arrivasse il cenno arrivò un colpo dritto tra le scapole di Paul.
Incassò. Non era forte. Ma conosceva quella mano e si rese conto. Lasciò andare il tipo, che crollò a terra con poca dignità e ancor meno lucidità.
- Fatti. gli.affari. tuoi.-
Cecilia Ritter-Sterling era furiosa. E non ancora sbronza.
Paul sospirò.
-'cilia, avrebbe potuto farti del male.-
- Non.sono. affari tuoi.- respirava dalle narici dilatate.-Decido io come vivere la mia relazione.-
- E' anche affare mio se lui-
-La tua fidanzatina core di Gandhi, è affare tuo.-
Paul Carter sollevò le mani, capitolando.
- Scusa.-
-Va' all'inferno, Carter.-
Lui annuì senza una parola.Ci andò.


Gli altri tre componenti della famiglia Carter alzarono lo sguardo in un movimento sincrono quando Paul rientrò a casa. Nel bel mezzo della mattina, due ore dopo essere uscito.
-Oh- fu tutto il suo saluto. Uscì dalla porta sul retro, diretto in officina.
-....comunicativo come uno scimmione.- rilevò Sallie. Holden le tappò la bocca con una mano e la riportò sulla partitura.
- Questa mi piace, ma questa soluzione non è molto elegante. Fammi sentire di nuovo.- la richiamò al suo compito. Con l'altra mano indicava a sua moglie la porta sul retro.

L'officina era in penombra. Faceva meno caldo, così.
Quinn Thomson trovò suo figlio ad avvitare minuterie al banco, sotto un sistema di ingrandimento.
- E' frustrante.- le disse.
Sua madre avvicinò uno sgabello, assumendosi il ruolo di assistente subalterno.
-Cecilia?-
-Mh. Sta con uno scimmione alcolizzato e violento e-
-Paul-
-Eh-
-Non puoi proteggerla da tutto.-
Paul annuì. Lo imparava a sue spese da una vita. Ma era frustrante.
-....perché no.-
- Perché è la sua vita e deve imparare con l'esperienza.- Quinn Thomson era molto brava con le parole. Con i fatti un po' meno e se avesse potuto nascondere quel ragazzone sotto la sua ala di chioccia l'avrebbe fatto. Non lo avrebbe più restituito al mondo. -...come devi farlo tu.-
-Che culo.-
Quinn rise. Gli passò un cacciavite più idoneo.
- Sanno cavarsela da sole. Da generazioni.- lo tranquillizzò.
Anche Paul sorrise.
- Era così anche con sua madre?- domandò.
Quinn dondolò il capo.
-Più o meno.-
-E' frustrante lo stesso. Non so che fare.-
- Non puoi fare niente. Solo...vegliare da lontano. Ed essere pronto a raccogliere i pezzi quando si romperà.-
Paul posò il cacciavite. La guardò
- Era quello che facevi tu?-
Sua madre sorrise ai suoi capelli biondi tagliati corti, al viso asciutto, agli occhi chiari, alla barba appena accennata, ai baffetti sottili che si ostinava a portare.
- Lei lo ha fatto milioni di volte per me.-
Lui annuì. Cecilia lo aveva fatto milioni di volte per lui.
-Passami tre viti serie Z. - le mostrò una mano, sollevato.


Cecilia Ritter-Sterling aveva ammassato tutti i suoi spigoli nell'angolo più remoto della tenda.
Era dolorosamente lucida e singhiozzava non sapeva più da quanto.
Avrebbe voluto, avrebbe voluto e non avrebbe voluto.
-'cili?-
Quell'idiota lo sapeva che era lì dentro, immaginava si sentisse fino al ponte. Perché accidenti la chiamava?
-Vattene-
Silenzio.
Cerniera.
Paul Carter strisciò dentro sui gomiti con un' espressione comica che ricordava molto quella del suo bovaro di fronte al banco dei salumi. Le fece musetto, batteva le palpebre con fare ruffiano.
Sdraiato sulla pancia, dal ginocchio in giù restava comunque fuori dalla tenda.
Suo malgrado Cecilia rise.
-Idiota - lo apostrofò.
Sentì la sua risata bassa e gutturale mentre la trascinava fuori quasi di peso.
Con pazienza lui si appoggiò alla quercia e lasciò che lei si adagiasse tra le sue braccia. Le strofinava le spalle,le teneva i fianchi fermi con le ginocchia. Le avrebbe impedito di scappare.
-Allora- disse pacato.- Che è successo.-
Cecilia Ritter singhiozzò più forte.
Poi gli raccontò tutto, lo travolse col suo fiume in piena e non dimenticò un particolare.
Alla fine era distrutta, sfinita e sollevata.
Era a casa.
Era l'estate di due anni prima. Era tutto semplice, tutto bello.
Singhiozzò.
-Ebbasta!-
Rise. Sentì anche lui scuotersi piano.
- Te lo ricordi che cosa ci siamo promessi?- disse all'improvviso, svuotando la pira d'ansia in fondo allo stomaco.
- Che alla fine di tutto mi avresti fatto toccare le tette?- lo sentiva ghignare al buio.
Gli colpì una mano, sebbene lui non l'avesse mossa dal suo braccio.
- Sei un bamboccio...-
-...in un corpo enorme. Sì.-
Era una scena che si ripeteva ogni anno.
-Cosa, 'cilia?-
- ...non saremmo mai finiti a fare sesso dopo aver bevuto.-
- Ah. Sì. Vero. - Paul era pensieroso.- ...e neanche da sobri, tipo?- Visto che lo erano entrambi...
Cecilia lo colpì di nuovo e non poté fare a meno di ridere.
-Oh, miseria.- protestò lui. Ma rideva con lei.- Neanche ti sto toccando! - la stringeva coi gomiti, le sventolò le mani davanti al volto, a mo' di farfalla. O di pterodattilo, date le dimensioni.
Rimase in silenzio. Pensava. Pensava. Pensava.
Lui la cullava piano. Senza fretta. Senza...
Lo sapeva. Lo sapevano entrambi.
-Carter.-
-Eh.-
-Finirà così, sputtaneremo tutto, mh?-
Paul Carter rimase in silenzio a lungo.
-Ogni cosa.- promise affondando il naso tra i suoi capelli.

onsdag 13. juni 2012

Forget to remember

Era settembre. L'estata era passata come un lampo. A 'cilia Ritter sembrava di averla appena sfiorata con le punta delle dita, e poi basta, qualche artista dispettoso aveva gettata una secchiata di rosso sulle quercie intorno ad Oak Town, ed il grande caldo era scivolato via. Paul Carter era partito da due giorni, e quei due giorni erano sembrati un'eternità.

-Berrò per dimenticare.
L'aveva avvertito, prima che scomparisse nella jeep verso lo spazioporto, con quella piega drammatica che potrebbe solo scivolare negli occhi di una ragazzina.
Paul aveva sorriso sotto quello che si continuava ad ostentare come baffo, ma che 'cilia aveva soprannominato "l'ala di pulcino".
-Non è quello che facciamo sempre? 
Cecilia alzò le spalle.
-Suppongo.
-Mh.
-Allora ci si vede, eh?
-Eh.

Non si sfiorarono, si limitarono a scambiarsi uno sguardo livido. Paul nella jeep, la jeep nella polvere, la polvere oltre l'orizzonte. Poi il nulla. Cecilia se ne tornò a casa, alzò un dito medio alle domande di Jaden, aggrottò silenziosamente le sopracciglia allo sguardo perplesso di sua madre, saltò la partita a poker con suo padre senza presentare scuse. Si sfilò dalla casa appena non-finita la cena, e tornò alla tenda. Si sedette sul tappeto di erba ancora verde, ma dopo qualche istante dovette scostare il culetto puntuto (certamente ereditato per vie misteriose dalla zia pilota), perchè sotto le chiappe stava scomodamente infilata una bottiglia di vetro. Non era una bottiglia qualcunque. Lo capì dal peso, ancora prima di vederla. Pesava più di una bottiglia di whisky. Che avessero inventato un nuovo alcolico potente il doppio? Sorrise speranzosa, ma si ritrovò a fissare una bottiglia riempita di sassolini. La smorfia delusa, però, non fece nemmeno in tempo a sorgere. I sassolini dentro il vetro erano disposti in modo da formare una scritta. "Forget to remember". Bevi per dimenticare, ma dimentica per ricordare. Ciondolò con la testa, mentre un ghigno ebete e felice si faceva spazio fra le labbra. Rimase lì ad ubriacarsi di memorie cavate fra un buco nero e l'altro, mentre il sapore dell'estate le tornava tutto in bocca.

tirsdag 12. juni 2012

Notturni e fughe

-'notte ma', 'notte 'pa'.-
Holden Carter e Quinn Thomson guardarono con sospetto il loro primogenito sulla porta della loro camera da letto.
Era bello, pettinato, pulito, profumato, sobrio, e soprattutto in orario.
- Sei tornato presto.-
- Mi avete dato voi l'orario, posso sempre uscire di nuovo e-
- A dormire.-
-'kay. 'Notte.-
Holden si alzò per chiudere la porta.
-Non dire niente. Non dire niente. E' tutto troppo bello per essere vero.-
- Buonanotte. - gli disse solo sua moglie.
Lui neanche rispose. Spense la luce, pronto a godersi un sonno tranquillo e che durasse più di cinque ore.
Gli parvero trascorsi solo cinque minuti quando la sentì mettersi a sedere.
- Quinn.-
- Quel figliodiputtana sta uscendo dalla finestra.-
Holden alzò gli occhi al cielo senza aprirli, tese l'orecchio.
Paul aveva sedici anni ed era alto due metri. Sentiva distintamente il graticcio scricchiolare sotto il suo peso. Probabilmente lo sentiva anche suo nonno a Capital City.
- Ma come può anche solo pensare che non ce ne accorgiamo, trizio!- sua moglie sembrava più piccata da questo aspetto della questione.- Io ero più abile.- scese dal letto.
- Stai andando a mostrarglielo?- Holden la trattenne. - Lascialo fare, Quinn.-
-Ci sta prendendo in giro!-
- Proprio così.- la strinse, per impedirle di protestare. O di corrergli dietro.
- Holden, noi-
-Persi, amore mio, abbiamo portato i nostri figli in una riserva protetta. Lasciali sfogare, così poi a Ghandi li possiamo chiudere dentro per tutto l'anno. Che cosa rischiano mai, qui?-
- E' andato a bere coi suoi amici,lo so.-
- ...tu invece alla sua età andavi a catturare lucciole sulla collina.-
Sentì che sua moglie restava imbronciata per principio. Morse il broncio.
- Rilassati, dormi serena, ne hai bisogno.-
- Come diavolo fai a stare così tranquillo.Se lui non torna come faccio a saperlo!-
- Ho messo una sveglia tra due ore. Se non è in camera sua vado a prenderlo con la violenza.-
-...è anche per questo che ti amo.-
- Lo so, Persi, lo so.-


Paul Carter si affacciò alla tenda baldanzoso e fiero, sventolando una bottiglia del migliore whiskey reperibile   durante una fuga dalla finestra. Impossibile descrivere la sua delusione quando trovò la tenda vuota.
- Dove cavolo è andata.-
Per un attimo pensò che non ce l'avesse fatta.
- Sono qui, spilungone.-
Cecilia Ritter era seduta su un masso e provava a centrare bottiglie vuote a forza di sassolini.
- Hai avuto problemi?- gli chiese, aprendo la bottiglia.
-No, nessuno si è accorto di niente. -Paul pareva particolarmente fiero della cosa.
-Jaden dov'è? L'hanno beccato?-
-Mh, no. E' salito sulla collina con la tipa di Cap City. Pare gli faccia vedere le tette.-
-Sei un bamboccio in un corpo enorme, Paul Carter.-
Paul ghignò un plateale inchino.
-Meglio, uno in meno con cui dividere- Cecilia era brava a trovare il risvolto pratico.
Metà bottiglia dopo erano scivolati giù dalle rocce in pose di relax piuttosto scomposte.
-Mia madre mi fa un sacco di domande.-
-Seh, anche la mia.-
- Dove sei stato, con chi, figlio di chi...pretende di conoscerli tutti.-
-Seh, anche la mia.-
- Voleva sapere anche a tutti i costi chi fossi tu, se potessi avere una cattiva...influenza.-
Risero entrambi un brindisi.
- Tu che hai detto?-
-Che sei una tipa morigerata. Non bevi, dai una mano a Saint Quentin-
-'ttanedaguerra, un altro sorso di questo e stringo la mano a Saint Quentin in persona.-
Holden si voltò a guardarla con gli occhi arrossati. Rise a lungo.
Si accorse che aveva un buon odore. Capelli morbidi.
- Che cazzo fai, Carter?-
Si rese conto di avere una mano sospesa a mezz'aria, verso i suoi ricci disordinati.
-Provavo se tante volte anche tu mi lasciavi toccare le tette.-
- Non ti prendo a sberle solo perché non beccherei la traiettoria.-
-Per quello c'ho provato ora.-
- Anche tu come traiettoria...quelli erano i miei capelli.-
-Ah.
- Sei maledettamente ubriaco,Paul.-
- Perché tu invece rientri a casa dalla porta principale, mh?-
Continuarono a insultarsi fino al fondo della bottiglia e un po' oltre.
Fortunatamente la sveglia di Holden Carter non aveva suonato.

Solito posto, soliti amici


Holden Carter leggeva l'Herald nella poltrona che era stata di Paul Thomson  con la sua stessa espressione un po' beffarda e un po' sorniona.
- Di fretta?- domandò con educata curiosità.
Suo figlio si era infilato un panino in bocca per intero. In compenso, non si era ancora infilato del tutto la camicia, ma già era con un piede fuori.
-fefo ddafe, eden fetta-
-Come darti torto.-
-eh, fao!-
-Paul.-
Paul Carter ebbe il buonsenso di interpretare. E di capire che stava per trascorrere le vacanze estive in officina con sua madre.
-Fi-
- Mastica, Paul.-
Paul deglutì anche.
- Sì.-
-Dove stai andando.-
- Jaden. E 'cilia. Al fiume.-
Paul Carter aveva sempre il buonsenso di dimostrarsi collaborativo e di prevenire domande scomode.
-Jaden Hunt?-
-Sissignore, sempre lui.-
-E chi è 'cilia?-
La domanda era arrivata dall'ingresso.
I due Carter si guardarono con espressione sconfitta.
-L'inquisizione.-
-Paul-lo ammonì suo padre.
-Voglio solo sapere chi è questa 'cilia.- Quinn Thomson allargò le braccia con fare innocente.- Stava per chiedertelo tuo padre.-
-Sì, ma lui non è così rompip-
-Come dici?-
-Niente, dicevo che non la conosci, non è di qua.-
Quinn Thomson aggrottò la fronte, Holden sospirò e tornò a sollevare l'Herald. Non sarebbe finita tanto presto. Soprattutto se sua moglie si metteva a fare la madre-amica.
-Beh, magari conosco il nome, se mi dici come si chiama...-
Appunto.
-Dai, non lo so, mamma, devo andare, Jade aspetta.-
- Non voglio che frequenti persone che abbiano una brutta influenza su di te. Dimmi chi è questa tipa, quanti anni ha, chi sono i genitori, o non esci di qua.-
Appunto.
Holden sperò di essere fagocitato dalla poltrona e di non essere chiamato in causa, per una volta.
- Il gruppo sanguigno ti serve? Le mando un cortex con la scheda da compilare.-
-Paul-
Lo avevano richiamato in sincrono entrambi i genitori. Quella di sua madre era un'ammonizione, quella di suo padre una preghiera.
Paul Carter pensò alla tenda, alla bottiglia, al saloon e a tutto il resto ed ebbe il buonsenso di prevenire scomode puntate in quei territori paludosi.
- Ha la mia età, è una normale, sta qua in vacanza, tipo, non lo so, mi pare si chiami Ritter, non beve, non si droga e ogni tanto dà una mano a Saint Quentin. Posso frequentarla senza rischi?- aveva mentito su metà degli argomenti e inventato l'altra metà. Avrebbe dovuto dirlo a Cecilia, per precauzione.
-Ritter.-
-Sì, mi pare-
-Cecilia Ritter.-
-Sì, posso andare?-
Paul era già con un piede sui gradini. Holden aveva messo via l'Herald e guardava sua moglie con aria curiosa.
-Vengo anche io.-
-Ma mamma! In quest'epoca uno non si porta dietro la madre quando esce! -
-Scusa, che male c'è, vengo solo a dare un'occhiata...-
-Papà!-
-Quinn-
-Paul!-
-Sarei parte della famiglia anche io. Mi chiamo Sarah.- Sallie Carter sedeva placida e ironica ai piedi delle scale, lanciando fette di salame a un festante cucciolo di bovaro che la inserì nel gioco abbaiando il suo nome. O magari intendeva dire "salame", ma a Sallie bastò-
- Se non ci fossi tu- gli disse.
- Dille qualcosa, papà-
-Sì...vai Paul-
- Ti ringrazio!-
Dal modo in cui sua moglie lo guardava, Holden Carter capì due cose:
1) non sarebbe comunque riuscito a fermarla
2) avrebbe dormito sul pianerottolo.
- Chiamala,no?-
Vide sua moglie esitare.
- Se non è lei?-
-Prova-
- Vado a casa loro. Se è chiusa non ci sono.-
-Quinn, chiamala.-
-Se mi dice che è in qualche punto sperduto del 'Verse poi mi viene da piangere. Vado a sellare il cavallo.-
- Non hai l'età per certe corse...-
Quinn Thomson mostrò a suo marito un chiarissimo dito medio.
Holden Carter sospirò.
- Da chi avrà mai imparato. - commentò Sallie melliflua.
Holden sbuffò una risata.
-Non c'è più l'educazione di una volta.- aggiunse lei.
-Proprio vero.-
-Io non sono così. Sono...educata, vero?-
-Nei giorni dispari, tesoro.-
Sallie non si scoraggiò.
- Beh, quindi stasera posso uscire.-
-No, tesoro, la punizione finisce tra quindici estati.-
Sallie Carter portò fuori il bovaro, rassegnata.
Holden rise. Prima di sparire di nuovo dietro le pagine dell'Herald gli tornarono in mente le parole di nonno Thomson:
"Vedi...la mia è una bella famiglia. Certo, sono tutti scombinati. Ma è una bella famiglia."

Parental control vol I


Quando Paul Carter tornò a casa albeggiava quasi.
Sua madre lo aspettava seduta in veranda. Suo padre era accanto a lei, sul vecchio dondolo.
-Puzzi d'alcol.- gli fece sapere la donna, sollevata.
Paul rise. L'abbracciò come non faceva da tempo. Prese la tazza che suo padre gli porgeva, sparì all'interno.
- E' identico a tuo nonno.- constatò Holden Carter.
- Lo so.- Quinn Thomson offrì la sua tazza al marito.- Tanto lo so che gli volevi bene,in fondo-
  Lui la prese, e fece scivolare l'altra mano lungo il suo braccio, fino a intrecciare le dita con le sue.-Molto- ammise. Baciò quella manina piccola e rovinata.- Ma più a tua nonna, in realtà.-
Risero.
-E...due.-
Sallie Carter non s'era ancora accorta dei genitori al varco, mentre rientrava ciondoloni e passabilmente sobria.
- Buongiorno anche a te. Fai colazione con noi?- la salutò sua madre.
Lei trasalì e tentò di dissimulare passando una mano tra i capelli biondi tagliati corti.
Nondimeno, ci provò.
-Io...mi sono alzata molto presto.-
Quinn e Holden si guardarono, compassati.
-Così presto che era ancora ieri mattina.- rispose suo padre con sussiego.
-Okay, stasera torno prima, eh? - anche lei baciò i genitori, trafugò anche l'ultima tazza e corse su per le scale fino al piano di sopra.
-L'hai sentita? Pensa davvero di uscire di nuovo, stasera.-
-Che tenera, eh?-
Quinn strinse la mano di suo marito, assorta.
- Te lo ricordi quello che ti ho detto la prima volta?-
-Che saremmo stati dei pessimi genitori?-
-Sì. Io ho sempre ragione.-
Sbuffarono una risata, fissando qualche punto imprecisato del ranch.
-Direi che ora possiamo anche andare a dormire, che ne pensi?-
-Penso che ogni tanto anche tu abbia ragione.-
Sparirono all'interno. Senza colazione.

I'd go for the wild horses

'Cilia e Paul si guardarono intorno, acquattati dietro un cespuglio. L'aria tiepida dell'estate si agitava sotto i loro vestiti sgualciti, da scappati di casa. Paul si chinò appena in avanti, a bersi una sorsata segreta del suo odore. Cecilia Ritter voltò il capo di scatto, ferendone gli occhi azzurri con il proprio sguardo tagliente.
-Cazzo fai?
Paul allargò gli occhi, seguendo una scia di vento
-Cerco di capire se l'aria tiri dalla nostra o meno. Non voglio mettere i cavalli in agitazione.

Appese lo sguardo fiero ad un gancio impalpabile nel buio, quindi raddrizzò la schiena. Lei lo fissò con un ghigno felino.
-Via libera.
Annunciò il ragazzo dai capelli biondi. Scattò in piedi, ma prima di riuscire a muovere un passo in avanti, si sentì una stretta di ferro intorno al collo. Si voltò, per incontrare il volto di un vecchio, dalla corportatura robusta, lo stetson calato quasi fin giù sugli occhi.
-Io l'ho detto. Miss Wilson, dannazione, i cani. Lei niente. E poi vedi che gentaglia ci si trova a circolare sulle terre di Mason.
-N...noi non....

Tentò di balbettare Paul
-Non non... Non f...
-Non stavamo facendo niente, 'kay?

Lo sguardo aggressivo e spaventato di 'cilia cercò quello di Sam. L'uomo lasciò andare il collo di Paul, tirandosi indietro di un passo per poterli guardare meglio. Alzò gli occhi al cielo, e si ritrovò a scuotere il capo, salutando il destino.
-Ritter... e Thomson?
La voce era esitante, ma negli occhi non c'era un'ombra di dubbio.
-Carter.
Lo corresse Paul.
-RitterSterling.
Lo corresse 'cilia.
-Vi dirò. I vostri genitori avevano affilato la tecnica, quantomeno. Voi sembrate due elefanti che tentano di nascondere le chiappe dietro ad un perizoma.

Lo fissarono piuttosto sconvolti. Non si aspettavano uscite simili dall'uomo dall'aria docile che ogni domenica sedeva due posti più in là rispetto a Roonamei Wilson sulla prima panchina di St. Quentin. Non sembrarono capire molto del suo discorso. Si guardarono, e l'elettricità si fiondò dal loro sguardo dritto giù nelle caviglie. Un secondo dopo, stavano volando per i campi, nel buio, respirando più aria in quella corsa di quanto non avrebbero fatto tutta una notte sui cavalli "presi in prestito" al Black Oak Ranch.

Una quercia, una tenda, una bottiglia. Again.


Paul Carter era ubriaco, senza mezzi termini.
Cantava da circa mezzora una canzonaccia da saloon al suo cavallo nella speranza di indurlo a trovare la strada di casa.
Al trentaquattresimo ritornello che si mescolava alle strofe in nuove sonorità esilarati, fu costretto a capitolare.
-Hey amico, ti ringrazio, io mi fermo qui, eh?-
Il suo cavallo parve non avere nulla da obiettare.
Paul si lasciò cadere tra l'erba. Sopra di sé l'ombra ampia ad ombrello di una quercia enorme.
-unhombrello.- rise.
Jaden Hunt lo avrebbe recuperato presto, come ogni volta.
Riprese a cantare le sue canzonette sconce e a riderci su.
Aveva sete.
Sentì la lampo di un vestito aprirsi, l'abito scivolare lungo le curve sinuose di una...
-Hey-
-Mh-
-Hey-
Era una voce insistente. Paul la vide di sotto in su. Era la ragazza del mercato. L'aveva vista bere al saloon.
-Questo è il mio territorio. Sta' zitto.- agitò le mani, come a voler abbracciare tutto il creato.- Ho mal di testa.-
-Mhmh- Paul rise.-Sei venuta fuori da un albero?-
-No, idiota, da una tenda.-
Paul si alzò su un gomito per vedere la tenda, ma si girò troppo in fretta. Rise mentre la quercia gli roteava sopra.
-Io sono Paul. Carter. Il cascamorto.-
Silenzio.
Cerniera.
- E tu sei andata via.-
Aprì gli occhi solo per trovarsi davanti una bottiglia. Alla fine della mano della ragazza. Alla fine del suo braccio. Alla fine del suo corpo. Fuori dalla tenda, sì. Sotto la quercia.
-'cilia. Ritter. Credo.-
Sentì il peso del suo corpo crollare al suolo come un sacco di patate.
-Come, "credo"?- Paul ghignò.
-Che ne sai. Come fai...a dire con certezza. Che non sono io Cecilia Carter. E tu...tipo. Paul Ritter. Mh?-
Era ubriaca marcia.
Paul glielo disse.
-Beh, anche tu.- gli fece notare lei sportivamente.
Lui le ripassò la bottiglia.
- Cecilia Carter. Suona bene. E' un nome che ho già sentito. Ci sposiamo? C'è il mio cavallo, da qualche parte che potrebbe officiare il rito.-
- Dici un sacco di cazzate, Carter.-
- Beh, anche tu.- le fece notare lui sportivamente.
-Mh.-
-Senti. Mai più. Mia madre mi ammazza se torno a casa così.-
- Seh. Anche la mia. Se riesci a stare zitto cinque minuti magari passa, uh?-
Paul Carter rimase zitto per cinque minuti.
Poi riattaccò con la canzone del saloon.
La voce di Cecilia Ritter si unì presto alla sua.
Non beccavano una nota.
In compenso, non saltarono un turno nel passarsi a vicenda la bottiglia.

Prove generali pt. 2


Cecilia Ritter (o Cecilia Sterling, a seconda delle rivendicazioni materne) entrò imprecando tutte le puttane da guerra della giornata. 
Al saloon c'era sempre gente a sufficienza da costringerla a qualche stancante occhiata in cagnesco, condita d'un ghigno strafottente e selvatico. 
I capelli ricci, d'un castano intenso, non incontravano un pettine da tempi non sospetti. Decisamente alta, decisamente magra, camminava dentro ai propri jeans strappati ostentando una grazia istintiva, una delicatezza francamente assurda, data l'apparenza scapigliata. 
Si sedette sullo sgabello, al bancone, aggrovigliando le gambe sotto al sedere con pigra agilità. Le dita stropicciavano infastidite la maglietta macchiata di caffé.
-Puttanedaguerra...
Ripetè, mordicchiandosi il labbro inferiore. 
Jimbo, dall'alto dei suoi innumerevoli anni, la scrutò con una certa, rustica simpatia. Si appuntò su di lei qual tanto che bastava a farsi un quadro generale esauriente del tipo in questione. Dopo secoli, di lavoro tra ubriachi, risse e pallottole aveva appreso una certa dimestichezza con l'interiorità umana. 
-Una birra
Domandò la ragazza, col solito tono trascinato e spavaldo. I tratti dolci del volto cozzavano con lo sguardo schivo e affilato. Le dita lunghe cavarono un pacchetto di sigarette dalla tasca e ne brandirono una con determinazione. Quando giunse l'ordinazione, Cecilia stava già fumando, adagiata sul proprio cruccio infantile e capriccioso. Si butto sul boccale come un'ape in un secchio di miele, tenendo sollevata la cicca nella mano libera. 
Cecilia Ritter beveva ad una velocità disarmante, nonostante il faccino, nonostante i movimenti naturalmente aggraziati.
- Che c'è? Problemi?
Chiese, quando si accorse che Jimbo la fissava tra un bicchiere lavato e l'altro asciugato. Il barista non parve risentirsi del suo tono strafottente, anzi. 
- Più cresci, più assomigli a tua madre 
Cecilia guardò il vecchio, poi la propria birra, poi il vecchio. E si esibì in una plateale alzata di spalle, senza commenti di sorta. Era evidente che i due si conoscevano. La ragazza non doveva essere nuova, di quelle parti, a giudicare dalla conversazione. Almeno, a grandi linee. 
- A proposito, come sta? 
Cecilia posò il boccale, passando la lingua sulle labbra. Gomiti puntati sul banco, schiena incurvata data la posizione non proprio educata. Si concesse la briga di rispondere sapendo che l'autonomia verbale di Jimbo, a cui l'età aveva conferito una sorta di aura sacrale, si sarebbe esaurita in poche battute.
- Siamo tornati qua da poco. Ed Eir sta... bene. Almeno, quarantacinque minuti fa stava bene. Adesso, chi lo sa. A mia madre servono molto meno di tre quarti d'ora, per mettersi nei guai. 
Sorrise. Ed il sorriso era, chiaramente, quello di Sterling, benché il sarcasmo fosse in gran parte farina paterna. Jimbo si ritenne soddisfatto delle spiegazioni; stava giusto per scomparire nelle cucine quando Cecilia lo fermò, appuntandogli una domanda sulla schiena. 
- Conosci un certo.. Paul? 
La buttò lì, con l'aria distratta di chi pretende tu creda al suo disinteresse.
- Solo in questo posto lavorano due Paul 
- Il mio è biondo, capelli lunghi, coetaneo, faccia da schiaffi...
- Il tuo? 
La puntualizzazione la portò a trasalire. 
- Sì, cioè... no, no... non mio in quel senso... no, eh...
Cecilia si incupì, tirando in secca il proprio orgoglio ferito. S'attaccò al filtro, scivolando giù dallo sgabello lentamente, ma con determinazione scontrosa. Fingendo totale distacco, posò qualche dollaro per saldare la consumazione e si avviò all'uscita. 
Prima di guadagnare l'esterno, fece in tempo ad elargire un'ennesimo dito medio, a chiosa d'un commento audace sul suo di dietro.
Pessima giornata, Ritter. Pessima.