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lørdag 14. juli 2012

Conflitti generazionali


Oak Town, 2436

Paul Carter aveva una voce grossa da baritono, quando urlava.
La voce di sua madre era invece molto rock. Holden aveva sempre sostenuto che avrebbe potuto fare la cantante professionista.
-Mhmh. Di nuovo?-
Sallie risalì i gradini gongolando e si accomodò sul dondolo accanto a suo padre. Salame le trotterellò dietro.
- Che ha fatto stavolta? Ha toccato di nuovo i suoi attrezzi?-
Holden sospirò. Non sapeva decidere se quello che Paul aveva fatto era più o meno grave rispetto all'episodio citato dalla ragazzina. Più che altro, sua moglie non l'aveva ancora deciso.
- Dici che lo sbatte fuori?- incalzò la giovane con educata curiosità.
- Pare si stia andando in quella direzione.- si sentì di confermare lui altrettanto educatamente.
Rimasero entrambi garbatamente in silenzio.
"Non ti ho cresciuto in questo modo! Non ti ho insegnato a mancare di rispetto a chi"
"Ma quale mancare di rispetto! Sono affari miei e non parlerò di questa cosa con te!"
-Aaaaaahn.- realizzò Sallie. - E' la faccenda di Cecilia.-
La faccenda di Cecilia consisteva in Quinn Thomson che beccava Paul e Cecilia nel granaio più o meno discinti e in atteggiamenti più o meno compromettenti.
Nulla di particolarmente sorprendente. Ogni persona, ogni filo d'erba, ogni steccato, ogni sasso di Oak Town era consapevole del fatto che prima o poi sarebbe successo. Tutti lo immaginavano. Tutti tranne Quinn Thomson.
- La faccenda di Cecilia?- chiese Holden pacatamente allarmato, sperando che ci fosse una spiegazione semplice e tranquillizzante alla consapevolezza serena e scontata di sua figlia.
Sperava tipo che saltasse su e gli dicesse: papà, ho tre anni! Invece, Sallie agitò composta una mano per confermare:
- Beh sì, Cecilia, il granaio, Paul.-
-Tu lo sapevi?- le chiese suo padre sofferente. E intendeva: tu sapevi della faccenda delle api e dei fiori e delle cazzate sulla cicogna? Sentì che stava sudando freddo mentre si chiedeva quando sua figlia avesse smesso di avere tre anni e l'abbuffata di costata di viscide come massima aspirazione esistenziale.
Sallie si strinse nelle spalle e Holden non si azzardò ad approfondire.
"E' la mia vita, per la miseria, fammi respirare!"
"Ti faccio respirare con la testa sott'acqua, magari esce tutta l'aria che hai nella scatola cranica!"
"Sono un adulto, che cavolo!"
"Il fatto che tu sia così grosso non fa di te un adulto! Hai solo le gambe troppo lunghe e le spalle troppo larghe!"
"Oh per la miseria! Per la miseria! Mi pare di sentire Ritter. Avete la stessa testa, la stessa testa!"
"Stai tranquillo che io a differenza di Ritter non sbaglio la mira!"
- Beh...onestamente questa mi sembra un po'  grossa.- commentò Sallie.
Holden fu costretto a dargliene atto. Se Quinn avesse voluto sparare a Paul e colpirlo avrebbe dovuto mirare  verso Jasonville, tipo.
- Non è il caso...che la vai a recuperare? Prima che si faccia male, per il suo bene.- consigliò la ragazzina con buonsenso.
Holden guardò l'orologio.
- Ancora un minuto e ventidue secondi.- spiegò
Sallie annuì e tornarono a godersi la quiete della campagna.
"Vuoi sapere cosa? Se devi rompere così il prossimo anno resto a Gandhi!"
"Sarebbe un sollievo per tutti, staremmo qui tranquilli!"
"Ma non ci verresti mai qui senza di me!"
Sallie e Holden si guardarono. Anche questo lo sapevano tutti i sassi di Oak Town: mamma chioccia non si muoveva senza tutti suoi pulcini. Piuttosto crepava tra quattro mura a Gandhi.
"Io non capisco come tu faccia a non vergognarti!"
"Ma vergognarmi di cosa, di cosa, è la mia vita, non ho fatto niente di"
"Come fai a guardare in faccia  sua madre e suo padre! Siamo amici da una vita e proprio tu"
"Ma suo padre non mi ha mai guardato in faccia figurati se si accorge della differenza!"
Holden prese un sospiro ed entrò in casa allo scadere del tempo.
Salame non ci pensò due volte ad occupare il suo posto sul dondolo
"Non essere irriverente!"
"E questo è essere irriverente! Hai montato un casino da una cosa STUPIDA!"
"Lo vedi che sei immaturo? E' una cosa stupida? E' UNA COSA STUPIDA? " 
" Sì! E sarebbe rimasta stupida se non avessi sputtanato tutto a tutti facendone una questione di stato!"
Holden avrebbe voluto tanto spiegare che non era stata Quinn a raccontare tutto ai genitori di Cecilia: aveva solo il cervello collegato a quello di Eir. Comunque, il tempo stava per finire, non sarebbe servito a niente.
"Una questione di stato? Una questione di stato? Fuori di qui! FUORI DI QUI, ADESSO!"
Tempo scaduto.
Holden attese sulla porta che suo figlio passasse,nero come l'inferno.
Sua moglie lo guardò con aria bellicosa.
-Se l'è cercata.- si giustificò.
Holden non disse niente. Aspettò di vedere la sua espressione afflosciarsi come un palloncino prima di andare in suo soccorso.
-Persi...ma perché lo fai ogni volta se ci stai così male.- la coccolò con dolcezza. Le tolse di mano sia il pane che il burro. Non funzionava neanche con lo stick, con quello che si spalmava senza coltello.
Lei si accartocciò in una faccia da bambina contrita.
-Vallo a prendere.- lo supplicò, come ogni volta.
- Ahm...non per togliere senso al dramma, ma non me ne sono ancora andato.- fece presente Paul affacciandosi sulla porta.
Quinn agitò una mano con indifferenza.
-Vallo a prendere dopo che se ne sarà andato.- corresse, compita.
-Ahm...e...devo sempre sbattere la porta?- volle informarsi suo figlio.
Holden annuì con aria saggia
-Non togliere senso al dramma- gli consigliò.
Paul se ne andò, sbattendo la porta.
Holden spalmò il burro con infinita tenerezza per una moglie infinitamente contrita.

onsdag 27. juni 2012

Battaglie, a ognuno le sue


Eleazar Ritter studiava sua moglie con espressione severa attraverso la luce notturna che filtrava dalla finestra.
Lei gli restituiva uno sguardo irremovibile semiaffondato nel cuscino.
Risate in sottofondo.
- Non puoi.- fu Eir a rompere il silenzio.
-Sì che posso. Lo butto fuori.-
- Ha diciassette anni.-
- E allora. Io alla sua età-
-Quinn ci ha chiesto di dargli un'occhiata finché non tornano.-
-L'ho guardato fin troppo per i miei gusti.-
-Ci hai solo cenato insieme e l'hai relegato a dormire sul divano.-
-...-
-...-
Eleazar si girò sulla schiena e si impegnò a guardare il soffitto con la perizia di un architetto di Cap City.
- Voglio dirti solo una parola : pazienza.- le fece presente con sussiego. La sua la stava perdendo tutta, a forza di sentire risolini dal piano di sotto.
- Ne ho una anche io e fa giusto rima: astinenza.- fu pronta a rispondere lei. Guardava il suo profilo non senza un certo divertimento.
Eleazar si voltò.
- Potrebbe star insidiando TUA figlia in questo stesso momento.- giocò la carta della responsabilità con tono leggero, ma l'indice che le puntava contro era categorico. - Non so perché lo lasciamo dormire qui.-
- El, ma l'hai visto?-
-...-
- E' Quinn con un accenno di barba, che vuoi che faccia. Al massimo è TUA figlia che può insidiare lui e finisce che ci tocca anche andare a salvarlo.-
-...-
-...-
-Sì, è vero.-
Eleazar stava già saltellando fuori mentre cercava di infilarsi i pantaloni.
- E adesso dove vai.- gli chiese lei mentre lui apriva la porta e una zaffata di risate soffocate li raggiungeva.
Eleazar tese l'orecchio: voci, cigolii, versi strani...e le molle del divano.
-...adesso lo ammazzo.-
Eir si voltò sulla schiena, rassegnata a concedergli dieci secondi di vantaggio.


Tutte le luci- tutte insieme- si accesero di colpo mentre qualcuno ciabattava giù per le scale.
Paul e Cecilia rimasero bloccati esattamente dov'erano in un turbinio di piume. Chiunque fosse di ronda, arrivava nel momento meno adatto per interrompere la loro attività: Cecilia stava avendo la meglio ed esultava in piedi sul divano scaricando salve da cinque cuscini rotondi su un dimesso Paul che cercava, invano, di farsi piccolo dietro una sedia.
Si guardarono solo un momento, gli occhi dilatati dall'eccitazione e dall'allarme, e seppero immediatamente cosa fare.
Quando le gambe, il torace, il nahm il viso di Eleazar Ritter comparvero sul piano, erano pronti.

Nonostante tutte le congetture e la speranza di poter sbattere fuori Paul Carter, Eleazar si era premurato di fare molto molto rumore, scendendo. Nella seppur remota possibilità, non avrebbe retto a una scena di quel tipo.
Li trovò schierati come soldatini,  in piedi contro il divano, spalla a spalla,completamente vestiti. Notò con rammarico che Paul indossava un pigiama integrale, privandolo così di una scusa per sottrargli punti.
-Papà.-
-Mr. Ritter.-
Eleazar ghignò dentro. Sua moglie era stata subito "Eir".
Li guardò a lungo, l'espressione indecifrabile.
- Hai perso la strada per la tua stanza?- chiese a Cecilia. In realtà squadrava Paul con aria crudele. Il ragazzo non si muoveva. Probabilmente neanche respirava.
Eleazar si divertiva come un pazzo.
Piume sparse vorticavano nell'aria. E stavano attaccate ai loro capelli, ai vestiti.
Con discrezione, Paul ne tolse una dai capelli di Cecilia. Come se nascondere quella traccia non consentisse di capire che cosa fosse accaduto lì.
- Ho portato un cuscino a Paul- gli rispose Cecilia, impenitente. Era ovviamente rilassata.
-Un cuscino.-
-Sì.-
-Già-
-Tu invece che ci fai qui?- chiese lei ciarliera. Sì, si divertiva anche lei.
-Ci vivo.-
-Intendo, a quest'ora.-
-Ci vivo anche a quest'ora.-
- Di sotto, papà-
Eleazar la squadrò a lungo. Era orgoglioso di sua figlia.
-E' comodo il divano, Thomson?- domandò, cambiando preda all'improvviso. Lo vide trasalire.
- Er, Carter, signore.-
Sembrava un soldatino. Era divertente.
- Thomson.- insisté. Eir aveva ragione. Era uguale a sua madre.
Lui sembrò capire.
-Sì. Signore.-
Eleazar si esibì in uno dei suoi soliti sorrisi predatori. Non aveva più niente da dire.
-Fila in camera tua.- esalò all'aria mentre cominciava a risalire. Sentì la risatina di sua figlia. Non era mai stata mandata in camera sua. Al massimo, capitava che fosse lei a mandarci i genitori, a mo' di punizione.
Aveva guadagnato due gradini quando un cuscino lo colpì alla nuca.
Sentì la risata aperta di Cecilia e il respiro mozzo e impanicato di Paul.
Raccolse il cuscino lentamente. Si voltò piano.
La guerra era appena iniziata.


-Ehm, caffè? - propose Eir con disinvoltura quella mattina.
Quinn Thomson batté le palpebre chiedendosi se non stesse ancora dormendo.
C'erano piume nei suoi riccioli lenti. Piume a terra, piume sui mobili, piume che vorticavano nell'aria.
-Che...avete tolto di mezzo un pollaio, per la colazione?- domandò la bionda, adattandosi alla disinvoltura d'ambiente.
- Non abbiamo più un solo cuscino,in casa.- spiegò Eleazar, comparendo sulla porta con sussiego e con un paio di portentose occhiaie.
- So che cosa regalarvi per Natale.- promise Quinn. - Paul si è...- un po' era evidente che le sembrasse stupido chiedere se suo figlio si fosse comportato bene. C'erano mucchi di piume ovunque.  Anche tra i suoi capelli, quando uscì. Diede il cinque a Eir in maniera molto cameratesca. Non si azzardò, con Eleazar.
Anche Cecilia aveva piume tra i capelli, quando seguì Paul.
- Beh, grazie per...- no, non era sicura che gli avessero dato un' occhiata e che avessero contenuto le sue energie adolescenziali.-...tutto.- optò, riuscendo a trovare una definizione onnicomprensiva.
Eir ghignava dondolandosi sulla porta.
Anche la bionda rise.
-Quando non riesco a tenerlo ve lo mando con una pila di cuscini.- promise.
Paul le sfilò le chiavi della jeep e lei alzò gli occhi al cielo. Salutò, rassegnata al posto del passeggero.
I tre Ritter rimasero sulla soglia a guardarli allontanarsi .
- Comunque, è una schiappa.- decretò Eleazar, volgendosi verso l'interno.
-Intanto, tu hai perso e ora pulisci.- lo punzecchiò Cecilia.
-Solo perché è arrivata tua madre a darvi manforte. C'era un netto squilibrio numerico.-
-E fino ad allora eravate uno contro uno, Paul non osava colpirti.- fece presente Eir con molto realismo.
- Bene. Deve portare rispetto.-
-Intanto, "rispetto", vedi di pulire. Vogliamo trovare tutto in ordine, quando ci svegliamo.-
Sterling madre e Sterling figlia risalirono le scale con una certa baldanzosa soddisfazione.
Finalmente solo, Eleazar si accese una sigaretta col solito ghigno sornione. Sprofondò nel divano, sollevando sbuffi di piume.

tirsdag 12. juni 2012

Notturni e fughe

-'notte ma', 'notte 'pa'.-
Holden Carter e Quinn Thomson guardarono con sospetto il loro primogenito sulla porta della loro camera da letto.
Era bello, pettinato, pulito, profumato, sobrio, e soprattutto in orario.
- Sei tornato presto.-
- Mi avete dato voi l'orario, posso sempre uscire di nuovo e-
- A dormire.-
-'kay. 'Notte.-
Holden si alzò per chiudere la porta.
-Non dire niente. Non dire niente. E' tutto troppo bello per essere vero.-
- Buonanotte. - gli disse solo sua moglie.
Lui neanche rispose. Spense la luce, pronto a godersi un sonno tranquillo e che durasse più di cinque ore.
Gli parvero trascorsi solo cinque minuti quando la sentì mettersi a sedere.
- Quinn.-
- Quel figliodiputtana sta uscendo dalla finestra.-
Holden alzò gli occhi al cielo senza aprirli, tese l'orecchio.
Paul aveva sedici anni ed era alto due metri. Sentiva distintamente il graticcio scricchiolare sotto il suo peso. Probabilmente lo sentiva anche suo nonno a Capital City.
- Ma come può anche solo pensare che non ce ne accorgiamo, trizio!- sua moglie sembrava più piccata da questo aspetto della questione.- Io ero più abile.- scese dal letto.
- Stai andando a mostrarglielo?- Holden la trattenne. - Lascialo fare, Quinn.-
-Ci sta prendendo in giro!-
- Proprio così.- la strinse, per impedirle di protestare. O di corrergli dietro.
- Holden, noi-
-Persi, amore mio, abbiamo portato i nostri figli in una riserva protetta. Lasciali sfogare, così poi a Ghandi li possiamo chiudere dentro per tutto l'anno. Che cosa rischiano mai, qui?-
- E' andato a bere coi suoi amici,lo so.-
- ...tu invece alla sua età andavi a catturare lucciole sulla collina.-
Sentì che sua moglie restava imbronciata per principio. Morse il broncio.
- Rilassati, dormi serena, ne hai bisogno.-
- Come diavolo fai a stare così tranquillo.Se lui non torna come faccio a saperlo!-
- Ho messo una sveglia tra due ore. Se non è in camera sua vado a prenderlo con la violenza.-
-...è anche per questo che ti amo.-
- Lo so, Persi, lo so.-


Paul Carter si affacciò alla tenda baldanzoso e fiero, sventolando una bottiglia del migliore whiskey reperibile   durante una fuga dalla finestra. Impossibile descrivere la sua delusione quando trovò la tenda vuota.
- Dove cavolo è andata.-
Per un attimo pensò che non ce l'avesse fatta.
- Sono qui, spilungone.-
Cecilia Ritter era seduta su un masso e provava a centrare bottiglie vuote a forza di sassolini.
- Hai avuto problemi?- gli chiese, aprendo la bottiglia.
-No, nessuno si è accorto di niente. -Paul pareva particolarmente fiero della cosa.
-Jaden dov'è? L'hanno beccato?-
-Mh, no. E' salito sulla collina con la tipa di Cap City. Pare gli faccia vedere le tette.-
-Sei un bamboccio in un corpo enorme, Paul Carter.-
Paul ghignò un plateale inchino.
-Meglio, uno in meno con cui dividere- Cecilia era brava a trovare il risvolto pratico.
Metà bottiglia dopo erano scivolati giù dalle rocce in pose di relax piuttosto scomposte.
-Mia madre mi fa un sacco di domande.-
-Seh, anche la mia.-
- Dove sei stato, con chi, figlio di chi...pretende di conoscerli tutti.-
-Seh, anche la mia.-
- Voleva sapere anche a tutti i costi chi fossi tu, se potessi avere una cattiva...influenza.-
Risero entrambi un brindisi.
- Tu che hai detto?-
-Che sei una tipa morigerata. Non bevi, dai una mano a Saint Quentin-
-'ttanedaguerra, un altro sorso di questo e stringo la mano a Saint Quentin in persona.-
Holden si voltò a guardarla con gli occhi arrossati. Rise a lungo.
Si accorse che aveva un buon odore. Capelli morbidi.
- Che cazzo fai, Carter?-
Si rese conto di avere una mano sospesa a mezz'aria, verso i suoi ricci disordinati.
-Provavo se tante volte anche tu mi lasciavi toccare le tette.-
- Non ti prendo a sberle solo perché non beccherei la traiettoria.-
-Per quello c'ho provato ora.-
- Anche tu come traiettoria...quelli erano i miei capelli.-
-Ah.
- Sei maledettamente ubriaco,Paul.-
- Perché tu invece rientri a casa dalla porta principale, mh?-
Continuarono a insultarsi fino al fondo della bottiglia e un po' oltre.
Fortunatamente la sveglia di Holden Carter non aveva suonato.

Solito posto, soliti amici


Holden Carter leggeva l'Herald nella poltrona che era stata di Paul Thomson  con la sua stessa espressione un po' beffarda e un po' sorniona.
- Di fretta?- domandò con educata curiosità.
Suo figlio si era infilato un panino in bocca per intero. In compenso, non si era ancora infilato del tutto la camicia, ma già era con un piede fuori.
-fefo ddafe, eden fetta-
-Come darti torto.-
-eh, fao!-
-Paul.-
Paul Carter ebbe il buonsenso di interpretare. E di capire che stava per trascorrere le vacanze estive in officina con sua madre.
-Fi-
- Mastica, Paul.-
Paul deglutì anche.
- Sì.-
-Dove stai andando.-
- Jaden. E 'cilia. Al fiume.-
Paul Carter aveva sempre il buonsenso di dimostrarsi collaborativo e di prevenire domande scomode.
-Jaden Hunt?-
-Sissignore, sempre lui.-
-E chi è 'cilia?-
La domanda era arrivata dall'ingresso.
I due Carter si guardarono con espressione sconfitta.
-L'inquisizione.-
-Paul-lo ammonì suo padre.
-Voglio solo sapere chi è questa 'cilia.- Quinn Thomson allargò le braccia con fare innocente.- Stava per chiedertelo tuo padre.-
-Sì, ma lui non è così rompip-
-Come dici?-
-Niente, dicevo che non la conosci, non è di qua.-
Quinn Thomson aggrottò la fronte, Holden sospirò e tornò a sollevare l'Herald. Non sarebbe finita tanto presto. Soprattutto se sua moglie si metteva a fare la madre-amica.
-Beh, magari conosco il nome, se mi dici come si chiama...-
Appunto.
-Dai, non lo so, mamma, devo andare, Jade aspetta.-
- Non voglio che frequenti persone che abbiano una brutta influenza su di te. Dimmi chi è questa tipa, quanti anni ha, chi sono i genitori, o non esci di qua.-
Appunto.
Holden sperò di essere fagocitato dalla poltrona e di non essere chiamato in causa, per una volta.
- Il gruppo sanguigno ti serve? Le mando un cortex con la scheda da compilare.-
-Paul-
Lo avevano richiamato in sincrono entrambi i genitori. Quella di sua madre era un'ammonizione, quella di suo padre una preghiera.
Paul Carter pensò alla tenda, alla bottiglia, al saloon e a tutto il resto ed ebbe il buonsenso di prevenire scomode puntate in quei territori paludosi.
- Ha la mia età, è una normale, sta qua in vacanza, tipo, non lo so, mi pare si chiami Ritter, non beve, non si droga e ogni tanto dà una mano a Saint Quentin. Posso frequentarla senza rischi?- aveva mentito su metà degli argomenti e inventato l'altra metà. Avrebbe dovuto dirlo a Cecilia, per precauzione.
-Ritter.-
-Sì, mi pare-
-Cecilia Ritter.-
-Sì, posso andare?-
Paul era già con un piede sui gradini. Holden aveva messo via l'Herald e guardava sua moglie con aria curiosa.
-Vengo anche io.-
-Ma mamma! In quest'epoca uno non si porta dietro la madre quando esce! -
-Scusa, che male c'è, vengo solo a dare un'occhiata...-
-Papà!-
-Quinn-
-Paul!-
-Sarei parte della famiglia anche io. Mi chiamo Sarah.- Sallie Carter sedeva placida e ironica ai piedi delle scale, lanciando fette di salame a un festante cucciolo di bovaro che la inserì nel gioco abbaiando il suo nome. O magari intendeva dire "salame", ma a Sallie bastò-
- Se non ci fossi tu- gli disse.
- Dille qualcosa, papà-
-Sì...vai Paul-
- Ti ringrazio!-
Dal modo in cui sua moglie lo guardava, Holden Carter capì due cose:
1) non sarebbe comunque riuscito a fermarla
2) avrebbe dormito sul pianerottolo.
- Chiamala,no?-
Vide sua moglie esitare.
- Se non è lei?-
-Prova-
- Vado a casa loro. Se è chiusa non ci sono.-
-Quinn, chiamala.-
-Se mi dice che è in qualche punto sperduto del 'Verse poi mi viene da piangere. Vado a sellare il cavallo.-
- Non hai l'età per certe corse...-
Quinn Thomson mostrò a suo marito un chiarissimo dito medio.
Holden Carter sospirò.
- Da chi avrà mai imparato. - commentò Sallie melliflua.
Holden sbuffò una risata.
-Non c'è più l'educazione di una volta.- aggiunse lei.
-Proprio vero.-
-Io non sono così. Sono...educata, vero?-
-Nei giorni dispari, tesoro.-
Sallie non si scoraggiò.
- Beh, quindi stasera posso uscire.-
-No, tesoro, la punizione finisce tra quindici estati.-
Sallie Carter portò fuori il bovaro, rassegnata.
Holden rise. Prima di sparire di nuovo dietro le pagine dell'Herald gli tornarono in mente le parole di nonno Thomson:
"Vedi...la mia è una bella famiglia. Certo, sono tutti scombinati. Ma è una bella famiglia."

Parental control vol I


Quando Paul Carter tornò a casa albeggiava quasi.
Sua madre lo aspettava seduta in veranda. Suo padre era accanto a lei, sul vecchio dondolo.
-Puzzi d'alcol.- gli fece sapere la donna, sollevata.
Paul rise. L'abbracciò come non faceva da tempo. Prese la tazza che suo padre gli porgeva, sparì all'interno.
- E' identico a tuo nonno.- constatò Holden Carter.
- Lo so.- Quinn Thomson offrì la sua tazza al marito.- Tanto lo so che gli volevi bene,in fondo-
  Lui la prese, e fece scivolare l'altra mano lungo il suo braccio, fino a intrecciare le dita con le sue.-Molto- ammise. Baciò quella manina piccola e rovinata.- Ma più a tua nonna, in realtà.-
Risero.
-E...due.-
Sallie Carter non s'era ancora accorta dei genitori al varco, mentre rientrava ciondoloni e passabilmente sobria.
- Buongiorno anche a te. Fai colazione con noi?- la salutò sua madre.
Lei trasalì e tentò di dissimulare passando una mano tra i capelli biondi tagliati corti.
Nondimeno, ci provò.
-Io...mi sono alzata molto presto.-
Quinn e Holden si guardarono, compassati.
-Così presto che era ancora ieri mattina.- rispose suo padre con sussiego.
-Okay, stasera torno prima, eh? - anche lei baciò i genitori, trafugò anche l'ultima tazza e corse su per le scale fino al piano di sopra.
-L'hai sentita? Pensa davvero di uscire di nuovo, stasera.-
-Che tenera, eh?-
Quinn strinse la mano di suo marito, assorta.
- Te lo ricordi quello che ti ho detto la prima volta?-
-Che saremmo stati dei pessimi genitori?-
-Sì. Io ho sempre ragione.-
Sbuffarono una risata, fissando qualche punto imprecisato del ranch.
-Direi che ora possiamo anche andare a dormire, che ne pensi?-
-Penso che ogni tanto anche tu abbia ragione.-
Sparirono all'interno. Senza colazione.