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mandag 23. juli 2012

Defining us

Black Oak Ranch,Oak Town, 2437

-Dove state andando?-
Cecilia Ritter piombò alle spalle di Paul ("state" era ridondante) con una mano sul fianco.
- Puttanedaguerra.- protestò lui, trasalendo.- Sembri mia madre. E un po' anche la tua. E' inquietante, cazzo.-
- Dove vai? La festa non è finita.-
-Sì perché di solito noi restiamo fino all'ultimo. Fino alla preghiera di benedizione, eh?-
Noi. Di solito erano loro due.
Quando voleva, Paul sapeva essere cattivo.
No, non è vero. Era una cattiveria stolida e infantile, riuscita male.
-Comunque. Stiamo andando verso il fiume. Vieni? Oh, aspetta. Devi chiedere il permesso.-
Appunto.
- Quella che ti stai portando dietro è una cretinetta di Capital City che vuole solo divertirsi.-
- Ma va'.-
- E' venuta qui con Mary Keller.-
-Che è già sulla collina con Jaden, perciò...se hai finito il terzo grado, io andrei.-
Cecilia seguì le lunghe gambe di Paul scavalcare lo steccato con gli occhi stretti stretti e cattivi.
Quella era cattiveria come si deve.
- Gli verrà la sifilide.- decise.
- Non è un po' cattiva? Finisce che poi ha conseguenze sul cervello e ...no, non me lo ricordo, era l'esame complementare di malattie della Terra-che-fu.- Tristan emerse dall'ombra indolente, le mani nelle tasche.
Cecilia sghignazzò, voltandosi a guardarlo.
- Dovrebbe avercelo un cervello prima.-
-Mmmm- lui le offrì una sigaretta e gliela accese, prima di fare lo stesso con la sua.-Non è che tante volte sei nel posto sbagliato con la persona sbagliata?- chiese, tranquillo. Sembrava quasi più curiosità, la sua. Anche se Cecilia vedeva la patina sottile ed educata di irritazione che lo ricopriva ogni volta che aveva a che fare con Paul.
- Regola numero uno: Paul Carter sarà sempre giusto in mezzo tra me e te come tra me e chiunque altro.-
Tristan allargò le mani.
-Comandi, signora. Esiste una regola numero due?-
-Ci saltiamo la benedizione finale e andiamo a pomiciare al granaio.-
Tristan ridacchiò piano. Strinse la mano affusolata di Cecilia nella sua e la seguì, completamente in balia delle sue regole.

-Mi hai portata qui ssssolo per il ssssesso.- dichiarò allegra l'amica di Mary Keller.
-Dio mio, no.- le assicurò depresso Paul. Buttò giù un altro sorso di una birra troppo leggera mentre non le prestava attenzione. Più che altro, le lanciava di tanto in tanto un occhio per assicurarsi che non finisse nel fiume ubriaca da sprovveduta core quale era.
-Mmm e allora com'è che continui a farmi bere.- disse lei, l'occhio languido, l'equilibrio anche.
-Nella speranza che tu chiuda il becco.- le spiegò lui con dolcezza. Tanto la mattina dopo l'avrebbe dimenticato. Lei.
Lui se la sarebbe ricordata abbastanza da tenere a mente che doveva girarle alla larga. Lei e quella scema dell'amica sua.
Non aveva nessuna intenzione di accollarsi la forestiera, se ne stava andando al saloon in santa pace.
Ma poi...era stato precipitoso e Cecilia era stata determinante nel direzionare la sua fuga.
-Che accidenti vuole, ha il suo dottorino.- borbottò. L'amica di Mary Keller si lisciava i lunghi capelli da sirena. Si era seduta tra l'erba con fare regale. Per il momento era innocua.
Jaden avrebbe pagato, se mai fosse sceso dalla collina.
Gli sembrava di vedere un holofilm che cominciasse da un punto errato e proseguisse un po' a ritroso e un po' no. Era tutto sbagliato. Lui doveva essere sotto la Quercia con qualcun altro, rilassarsi, essere felice, godersi l'estate e non pensare a niente. E bere roba migliore di quella.
Fortunatamente non c'era lì un Tristan a fargli la domanda.
La risposta sarebbe stata sì: era nel posto sbagliato con la persona sbagliata.

torsdag 19. juli 2012

Strangers

Oak Town, 2437

Cecilia Ritter corse giù per le scale scalza, con la grazia animalesca di una ballerina e di un felino.
Era la quinta volta, quel giorno. Aspettava suo padre e doveva essere la prima ad aprirgli per fare ancora una volta il loro stupido gioco, come quando era bambina. Come ogni volta che lui rientrava da un incarico fuori.
Non era minimamente preparata al tipo che si trovò sulla porta e solo il cielo sa di quanta preparazione avesse bisogno.
Uno straniero- un affascinante straniero - stava appeso al soprassoglio e quasi lo sfiorava con la testa. Indossava abiti indubitabilmente core, dalla camicia dal colletto coreano, alla giacca, ai pantaloni, alle scarpe, che non erano i soliti terribili, terribili anfibi cui era tanto affezionato.
-Paul.-
E' vero: Cecilia lo disse in modo molto poco lusinghiero, quasi dubitasse che dietro a tanta figaggine potesse esserci proprio il suo compagno di giochi.
Lo straniero rise, con la voce e quel modo peculiare di Paul, che spingeva la risata su per gli zigomi alti fino agli occhi di un azzurro strano.
Lo straniero aveva anche una mano enorme, e fece il solito gesto rituale di spalmargliela in volto a mo' di brutale carezza, quello con cui si riappropriava di lei, dell'estate, di Oak Town, ogni anno.
- Quanto sei bella, a bocca aperta come una trota.- la canzonò.
Cecilia chiuse la bocca. Guardò i suoi capelli cortissimi, ridotti a uno strato leggero di peluria dorata sotto i raggi del sole morente. I baffi- gli immancabili baffi- la barba, erano un velo curato e appena accennato. Cecilia provò come al solito l'impulso di soffiare per pulirgli il volto.
Gli tirò un pugno nello stomaco. Era rituale anche quello, ma si accorse che lui aveva rinforzato parecchio la difesa addominale.
-Quando sei arrivato.-
-Ora.-
In anticipo. E Cecilia capì che era andato lì dritto dallo spazioporto. Ecco perché indossava ancora abiti core. Si scostò per lasciarlo passare e per riorganizzare in silenzio i suoi organi interni sottosopra. Credeva di avere almeno un altro paio di giorni di tempo, per allestire le difese. Non si vedevano dall'estate precedente. Da quando avevano sputtanato tutto. O meglio: da quando lui aveva mirabilmente sputtanato tutto, l'ultimo giorno. Aveva paura. Tanta.
Così tanta che a Natale aveva temporeggiato fino all'ultimo, prima di scoprire che Paul non si sarebbe allontanato da Gandhi per via del suo addestramento, tirare un sospiro di sollievo e prendere l'ultima nave che la portasse a casa sotto l'albero.
Paul non si mosse dalla soglia.
-Ciao, Eir.- salutò alzando la voce. Easy. Eir era easy. -Tuo padre c'è? -chiese subito dopo.
Suo malgrado, Cecilia ghignò.
-Sì- mentì con prontezza.
-Mi accompagni a casa?-
-Le due cose sono correlate?- domandò lei divertita.
Lui sorrise con indulgenza accettando le sue prese in giro. Era già a casa.
- Sallie si è fatta scappare con mamma che tornavo oggi. Credo abbia consultato compulsivamente tutti gli orari e se non mi vede arrivare per quando si aspetta ci troviamo i federali a circondarti casa.-
Cecilia rise. Era da Quinn.
- "...è...alto, e grosso, e muscoloso, e ha il porto d'armi e sta studiando per diventare un tiratore...ma vi prego, trovatelo, è così indifeso... non potete lasciarlo là fuori tutto solo...è quasi buio!"- la imitò Paul alla perfezione.
Anche Eir rise, dal piano di sopra.
Cecilia aveva dimenticato per un momento l'angoscia.
Non aveva fatto altro che sognare le sue ultime parole, in quei giorni.
Conosceva Paul come le sue tasche: era un idealista romantico, un adorabile idiota. Come minimo si aspettava di vederlo comparire fervente d'immutato amore e con una proposta di matrimonio.
Invece, si era dovuta ricredere. E si era rilassata.
Prese le chiavi della motorbike.
-No, che fai. A piedi.- impose lui.
Cecilia piombò nel panico di nuovo chiedendosi perché volesse passeggiare con lei e azzardò un paio di risposte per nulla consolanti.
-Dai, muoviti. Che sei diventata mentre non c'ero?-
-Hey, piantala di fare l'atletico- lo avvertì, mentre si richiudeva la porta alle spalle senza riuscire a lasciare in casa il magone.
Paul le prese la mano in un gesto naturale e abitudinario. La guardò quando la sentì irrigidirsi.
-Sul serio non ti va di camminare?- le chiese, perplesso e premuroso.
Adorabile, adorabile ingenuo.
- Sei un bamboccio in un corpo enorme, Carter.-
- Grazie, ma non ho ancora nominato le tue tette, a che devo l'onore?- chiese quieto e divertito.
Cecilia chiuse a chiave ogni pensiero nel cassetto dei calzini e si aggrappò al suo braccio.
Era felice di vederlo. Era felice che fosse lui.

Con grande sollievo di Cecilia, era tutto normale.
Avevano proseguito per un bel tratto, raccontandosi di tutto. Si tenevano per mano, costeggiavano il sentiero camminando sui due margini opposti, si spintonavano in ogni occasione, si insultavano e tornavano a cercarsi.
Non aveva mai sentito Paul tanto loquace e un po' amava e un po' temeva quella luce vagamente fanatica nel suo sguardo.
-...e la tenda?-
Non si era accorta di quanto vicini fossero alla Quercia, finché il tono da bambino deluso di Paul non l'aveva  richiamata alla realtà. Avvampò, ma mantenne il controllo.
-Beh, ti aspettavo, no?-
No. Di solito la montava chi arrivava per primo. Era il regalo di benvenuto per l'altro.
Cecilia non l'aveva fatto di proposito. Nel senso: l'aveva fatto di proposito a non montarla. Non sapeva ancora quanto profonda dovesse essere la distanza tra loro due per riuscire a salvare tutto.
Paul la guardò per un attimo senza dire niente. Era un uomo, ormai.
Si lasciò cadere tra l'erba e si sfilò le scarpe.
Beh, a tratti, non sempre.
Cecilia rimase interdetta per un solo attimo, poi lo imitò e fece un sacco prima, visto che portava pratici sandali da rally.
Anche il primo bagno di stagione era un rito. Doveva avvenire a poche ore dalla ricongiunzione, per sancirla definitivamente.
Paul si rialzò aggrappandosi all'erba con i piedi nudi.
-Che bella...sensazione.- dichiarò, respirando solo allora a pieni polmoni. Si sfilò la giacca di ottima fattura facendosela roteare sopra la testa e lasciandola volare lontano con estrema noncuranza.
Cecilia rise e corse spontaneamente a sbottonargli la camicia.
Brutta, brutta cosa. Se ne accorse troppo tardi. Era un gesto così noto. E così sbagliato.
Paul le aveva stretto il polso per fermarla prima di potersene accorgere. Sicuramente aveva rievocato in lui gli stessi pensieri, le stesse sensazioni. Si erano guardati senza fiato.
Cecilia si era dedicata a sbottonare la propria camicia enorme, che portava a mo' di vestito. Sotto, aveva sempre il costume. Corse in acqua per prima per annegare e lavare via quell'attimo di imbarazzo.
-Stasera c'è una festa al Black Oak. Andiamo?- la voce tremava un po' nel suo bislacco tentativo di tornare a era tutto normale.
Paul fu invece costretto a tenere i pantaloni core. La seguì, entrando piano nel fiume.
Era così strano: così diverso e così sempre lui.
-Sì, va bene. Non ho ancora salutato la zia Roona.- spiegò, guardando accigliato la superficie dell'acqua. Dopo un momento di cipiglio ostile, si tuffò con una certa eleganza per uno grosso come lui.
Cecilia si guardò intorno, seguendolo a stento sotto il pelo dell'acqua. Non fece in tempo a voltarsi, che si sentì sollevare sulle sue spalle. Come al solito.
-HIGHASAKITE!- pronunciò Paul a mo' di grido di guerra. Cecilia stava ancora ridendo senza ritegno quando fu alla lettera lanciata in acqua e stava ancora ridendo quando riemerse cieca e sputacchiante.
La risata grossa e profonda di Paul si unì alla sua mentre la recuperava per evitare che affogasse.
-Sembri una ninfea rachitica.- le fece presente lui osservando il cespuglio di capelli pressoché impermeabile all'acqua. L'intenzione era quella di scostarle ciocche ricce dal volto e si ritrovò col suo viso tra le mani. Col suo viso pericolosamente vicino. Con le labbra che quasi sfioravano le sue.
-Ti faccio conoscere Tristan, stasera.-
-Tristan.-
-Sì-
Paul la guardò negli occhi per un momento solo e la lasciò andare.
Ecco. La parte in cui doveva spezzargli il cuore e pulircisi i piedi era quella che Cecilia preferiva meno, del suo piano geniale. Il resto, poteva funzionare alla grande.
- Un altro bullo sensibile?- chiese Paul, algido.
Sapeva essere cattivo in un modo che arrivava dentro, nel profondo, e usciva dalla schiena.
- No. E' il nuovo veterinario del Black Oak.Ci frequentiamo da un po'-
Non era proprio vero, ma data la cotta che lui dimostrava d'essersi preso, non le sarebbe stato difficile accelerare le cose e salvare Paul. Il suo Paul, quello che voleva per sé tipo per sempre. Senza il rischio di complicazioni.
Paul sollevò un sopracciglio serico. Non disse niente.
Spezzargli il cuore e calpestarlo. E assistere, impotente.
-Sali. - le ordinò lui burbero.
Cecilia impiegò un istante a capire che parlava delle sue spalle.
-Andiamo a casa via fiume?- chiese, stupita. Lo adorava, ma si era anche aspettata che Paul la piantasse lì invece di consentirle qualcosa che le piaceva tanto.
- Mhmh.- confermò l'ovvio Paul.
Cecilia si arrampicò.
-E i vestiti?-
-Ti fai dare qualcosa da Sallie.-
-E la tua giacca?-
-Non ho bisogno di una giacca per essere figo.-
Cecilia rise. Avrebbe riso a qualunque segno di distensione da parte sua. Aveva bisogno di sapere che non c'era rimasto troppo male.
-Tieniti- ingiunse lui.
Cecilia si aggrappò al suo collo, fissò la sua nuca finché non le si incrociarono gli occhi, si lasciò accarezzare dall'acqua che scorreva a fior di pelle.
C'era un punto, in particolare, che avevano rinominato "il crocevia". Era un crocicchio di correnti poco sotto la proprietà degli Hayter, dove viveva lui. Era difficile, e occorrevano le braccia e le spalle da vogatore di Paul, le sue gambe da sirena, per riportarli a casa entrambi. Adorava quel punto, il brivido che dava sfidare la corrente, lavorare insieme, vincere e riprendere fiato a riva.
Per un momento bizzarro pensò che Paul l'avrebbe abbandonata lì per vendetta.
-Non farlo.- lo implorò, e gli strinse le braccia al collo.
-'cili, se mi strangoli muori anche tu.-
- Scusa.-
-Che c'è?-
-Niente.-
-Mi stringi come se-
-...-
-Stupida. Davvero pensi che potrei lasciarti andare?-
Eeeeeeeh. Bum. Cecilia non aveva mai messo in conto il proprio cuore spezzato.
Pensò con un sussulto che Paul non stesse parlando del fiume. Si augurò che stesse parlando anche di quello, però.
- No.- ammise.
-Fai male.- le fece sapere lui, prima di rovesciarla in acqua.
Paul era sostanzialmente buono. Era incapace di vendicarsi, non concepiva neanche il pensiero della vendetta.
Ma si tolse i suoi sfizi, a tormentarla, e Cecilia lo lasciò fare a mo' di risarcimento.
Attraversarono il crocevia lavorando ancora una volta in due.
Mentre riprendevano fiato a riva Cecilia pensò che erano riusciti a superare un'altra prova, insieme.
E non parlava solo del fiume.

tirsdag 12. juni 2012

Notturni e fughe

-'notte ma', 'notte 'pa'.-
Holden Carter e Quinn Thomson guardarono con sospetto il loro primogenito sulla porta della loro camera da letto.
Era bello, pettinato, pulito, profumato, sobrio, e soprattutto in orario.
- Sei tornato presto.-
- Mi avete dato voi l'orario, posso sempre uscire di nuovo e-
- A dormire.-
-'kay. 'Notte.-
Holden si alzò per chiudere la porta.
-Non dire niente. Non dire niente. E' tutto troppo bello per essere vero.-
- Buonanotte. - gli disse solo sua moglie.
Lui neanche rispose. Spense la luce, pronto a godersi un sonno tranquillo e che durasse più di cinque ore.
Gli parvero trascorsi solo cinque minuti quando la sentì mettersi a sedere.
- Quinn.-
- Quel figliodiputtana sta uscendo dalla finestra.-
Holden alzò gli occhi al cielo senza aprirli, tese l'orecchio.
Paul aveva sedici anni ed era alto due metri. Sentiva distintamente il graticcio scricchiolare sotto il suo peso. Probabilmente lo sentiva anche suo nonno a Capital City.
- Ma come può anche solo pensare che non ce ne accorgiamo, trizio!- sua moglie sembrava più piccata da questo aspetto della questione.- Io ero più abile.- scese dal letto.
- Stai andando a mostrarglielo?- Holden la trattenne. - Lascialo fare, Quinn.-
-Ci sta prendendo in giro!-
- Proprio così.- la strinse, per impedirle di protestare. O di corrergli dietro.
- Holden, noi-
-Persi, amore mio, abbiamo portato i nostri figli in una riserva protetta. Lasciali sfogare, così poi a Ghandi li possiamo chiudere dentro per tutto l'anno. Che cosa rischiano mai, qui?-
- E' andato a bere coi suoi amici,lo so.-
- ...tu invece alla sua età andavi a catturare lucciole sulla collina.-
Sentì che sua moglie restava imbronciata per principio. Morse il broncio.
- Rilassati, dormi serena, ne hai bisogno.-
- Come diavolo fai a stare così tranquillo.Se lui non torna come faccio a saperlo!-
- Ho messo una sveglia tra due ore. Se non è in camera sua vado a prenderlo con la violenza.-
-...è anche per questo che ti amo.-
- Lo so, Persi, lo so.-


Paul Carter si affacciò alla tenda baldanzoso e fiero, sventolando una bottiglia del migliore whiskey reperibile   durante una fuga dalla finestra. Impossibile descrivere la sua delusione quando trovò la tenda vuota.
- Dove cavolo è andata.-
Per un attimo pensò che non ce l'avesse fatta.
- Sono qui, spilungone.-
Cecilia Ritter era seduta su un masso e provava a centrare bottiglie vuote a forza di sassolini.
- Hai avuto problemi?- gli chiese, aprendo la bottiglia.
-No, nessuno si è accorto di niente. -Paul pareva particolarmente fiero della cosa.
-Jaden dov'è? L'hanno beccato?-
-Mh, no. E' salito sulla collina con la tipa di Cap City. Pare gli faccia vedere le tette.-
-Sei un bamboccio in un corpo enorme, Paul Carter.-
Paul ghignò un plateale inchino.
-Meglio, uno in meno con cui dividere- Cecilia era brava a trovare il risvolto pratico.
Metà bottiglia dopo erano scivolati giù dalle rocce in pose di relax piuttosto scomposte.
-Mia madre mi fa un sacco di domande.-
-Seh, anche la mia.-
- Dove sei stato, con chi, figlio di chi...pretende di conoscerli tutti.-
-Seh, anche la mia.-
- Voleva sapere anche a tutti i costi chi fossi tu, se potessi avere una cattiva...influenza.-
Risero entrambi un brindisi.
- Tu che hai detto?-
-Che sei una tipa morigerata. Non bevi, dai una mano a Saint Quentin-
-'ttanedaguerra, un altro sorso di questo e stringo la mano a Saint Quentin in persona.-
Holden si voltò a guardarla con gli occhi arrossati. Rise a lungo.
Si accorse che aveva un buon odore. Capelli morbidi.
- Che cazzo fai, Carter?-
Si rese conto di avere una mano sospesa a mezz'aria, verso i suoi ricci disordinati.
-Provavo se tante volte anche tu mi lasciavi toccare le tette.-
- Non ti prendo a sberle solo perché non beccherei la traiettoria.-
-Per quello c'ho provato ora.-
- Anche tu come traiettoria...quelli erano i miei capelli.-
-Ah.
- Sei maledettamente ubriaco,Paul.-
- Perché tu invece rientri a casa dalla porta principale, mh?-
Continuarono a insultarsi fino al fondo della bottiglia e un po' oltre.
Fortunatamente la sveglia di Holden Carter non aveva suonato.

Solito posto, soliti amici


Holden Carter leggeva l'Herald nella poltrona che era stata di Paul Thomson  con la sua stessa espressione un po' beffarda e un po' sorniona.
- Di fretta?- domandò con educata curiosità.
Suo figlio si era infilato un panino in bocca per intero. In compenso, non si era ancora infilato del tutto la camicia, ma già era con un piede fuori.
-fefo ddafe, eden fetta-
-Come darti torto.-
-eh, fao!-
-Paul.-
Paul Carter ebbe il buonsenso di interpretare. E di capire che stava per trascorrere le vacanze estive in officina con sua madre.
-Fi-
- Mastica, Paul.-
Paul deglutì anche.
- Sì.-
-Dove stai andando.-
- Jaden. E 'cilia. Al fiume.-
Paul Carter aveva sempre il buonsenso di dimostrarsi collaborativo e di prevenire domande scomode.
-Jaden Hunt?-
-Sissignore, sempre lui.-
-E chi è 'cilia?-
La domanda era arrivata dall'ingresso.
I due Carter si guardarono con espressione sconfitta.
-L'inquisizione.-
-Paul-lo ammonì suo padre.
-Voglio solo sapere chi è questa 'cilia.- Quinn Thomson allargò le braccia con fare innocente.- Stava per chiedertelo tuo padre.-
-Sì, ma lui non è così rompip-
-Come dici?-
-Niente, dicevo che non la conosci, non è di qua.-
Quinn Thomson aggrottò la fronte, Holden sospirò e tornò a sollevare l'Herald. Non sarebbe finita tanto presto. Soprattutto se sua moglie si metteva a fare la madre-amica.
-Beh, magari conosco il nome, se mi dici come si chiama...-
Appunto.
-Dai, non lo so, mamma, devo andare, Jade aspetta.-
- Non voglio che frequenti persone che abbiano una brutta influenza su di te. Dimmi chi è questa tipa, quanti anni ha, chi sono i genitori, o non esci di qua.-
Appunto.
Holden sperò di essere fagocitato dalla poltrona e di non essere chiamato in causa, per una volta.
- Il gruppo sanguigno ti serve? Le mando un cortex con la scheda da compilare.-
-Paul-
Lo avevano richiamato in sincrono entrambi i genitori. Quella di sua madre era un'ammonizione, quella di suo padre una preghiera.
Paul Carter pensò alla tenda, alla bottiglia, al saloon e a tutto il resto ed ebbe il buonsenso di prevenire scomode puntate in quei territori paludosi.
- Ha la mia età, è una normale, sta qua in vacanza, tipo, non lo so, mi pare si chiami Ritter, non beve, non si droga e ogni tanto dà una mano a Saint Quentin. Posso frequentarla senza rischi?- aveva mentito su metà degli argomenti e inventato l'altra metà. Avrebbe dovuto dirlo a Cecilia, per precauzione.
-Ritter.-
-Sì, mi pare-
-Cecilia Ritter.-
-Sì, posso andare?-
Paul era già con un piede sui gradini. Holden aveva messo via l'Herald e guardava sua moglie con aria curiosa.
-Vengo anche io.-
-Ma mamma! In quest'epoca uno non si porta dietro la madre quando esce! -
-Scusa, che male c'è, vengo solo a dare un'occhiata...-
-Papà!-
-Quinn-
-Paul!-
-Sarei parte della famiglia anche io. Mi chiamo Sarah.- Sallie Carter sedeva placida e ironica ai piedi delle scale, lanciando fette di salame a un festante cucciolo di bovaro che la inserì nel gioco abbaiando il suo nome. O magari intendeva dire "salame", ma a Sallie bastò-
- Se non ci fossi tu- gli disse.
- Dille qualcosa, papà-
-Sì...vai Paul-
- Ti ringrazio!-
Dal modo in cui sua moglie lo guardava, Holden Carter capì due cose:
1) non sarebbe comunque riuscito a fermarla
2) avrebbe dormito sul pianerottolo.
- Chiamala,no?-
Vide sua moglie esitare.
- Se non è lei?-
-Prova-
- Vado a casa loro. Se è chiusa non ci sono.-
-Quinn, chiamala.-
-Se mi dice che è in qualche punto sperduto del 'Verse poi mi viene da piangere. Vado a sellare il cavallo.-
- Non hai l'età per certe corse...-
Quinn Thomson mostrò a suo marito un chiarissimo dito medio.
Holden Carter sospirò.
- Da chi avrà mai imparato. - commentò Sallie melliflua.
Holden sbuffò una risata.
-Non c'è più l'educazione di una volta.- aggiunse lei.
-Proprio vero.-
-Io non sono così. Sono...educata, vero?-
-Nei giorni dispari, tesoro.-
Sallie non si scoraggiò.
- Beh, quindi stasera posso uscire.-
-No, tesoro, la punizione finisce tra quindici estati.-
Sallie Carter portò fuori il bovaro, rassegnata.
Holden rise. Prima di sparire di nuovo dietro le pagine dell'Herald gli tornarono in mente le parole di nonno Thomson:
"Vedi...la mia è una bella famiglia. Certo, sono tutti scombinati. Ma è una bella famiglia."

Prove generali pt. 2


Cecilia Ritter (o Cecilia Sterling, a seconda delle rivendicazioni materne) entrò imprecando tutte le puttane da guerra della giornata. 
Al saloon c'era sempre gente a sufficienza da costringerla a qualche stancante occhiata in cagnesco, condita d'un ghigno strafottente e selvatico. 
I capelli ricci, d'un castano intenso, non incontravano un pettine da tempi non sospetti. Decisamente alta, decisamente magra, camminava dentro ai propri jeans strappati ostentando una grazia istintiva, una delicatezza francamente assurda, data l'apparenza scapigliata. 
Si sedette sullo sgabello, al bancone, aggrovigliando le gambe sotto al sedere con pigra agilità. Le dita stropicciavano infastidite la maglietta macchiata di caffé.
-Puttanedaguerra...
Ripetè, mordicchiandosi il labbro inferiore. 
Jimbo, dall'alto dei suoi innumerevoli anni, la scrutò con una certa, rustica simpatia. Si appuntò su di lei qual tanto che bastava a farsi un quadro generale esauriente del tipo in questione. Dopo secoli, di lavoro tra ubriachi, risse e pallottole aveva appreso una certa dimestichezza con l'interiorità umana. 
-Una birra
Domandò la ragazza, col solito tono trascinato e spavaldo. I tratti dolci del volto cozzavano con lo sguardo schivo e affilato. Le dita lunghe cavarono un pacchetto di sigarette dalla tasca e ne brandirono una con determinazione. Quando giunse l'ordinazione, Cecilia stava già fumando, adagiata sul proprio cruccio infantile e capriccioso. Si butto sul boccale come un'ape in un secchio di miele, tenendo sollevata la cicca nella mano libera. 
Cecilia Ritter beveva ad una velocità disarmante, nonostante il faccino, nonostante i movimenti naturalmente aggraziati.
- Che c'è? Problemi?
Chiese, quando si accorse che Jimbo la fissava tra un bicchiere lavato e l'altro asciugato. Il barista non parve risentirsi del suo tono strafottente, anzi. 
- Più cresci, più assomigli a tua madre 
Cecilia guardò il vecchio, poi la propria birra, poi il vecchio. E si esibì in una plateale alzata di spalle, senza commenti di sorta. Era evidente che i due si conoscevano. La ragazza non doveva essere nuova, di quelle parti, a giudicare dalla conversazione. Almeno, a grandi linee. 
- A proposito, come sta? 
Cecilia posò il boccale, passando la lingua sulle labbra. Gomiti puntati sul banco, schiena incurvata data la posizione non proprio educata. Si concesse la briga di rispondere sapendo che l'autonomia verbale di Jimbo, a cui l'età aveva conferito una sorta di aura sacrale, si sarebbe esaurita in poche battute.
- Siamo tornati qua da poco. Ed Eir sta... bene. Almeno, quarantacinque minuti fa stava bene. Adesso, chi lo sa. A mia madre servono molto meno di tre quarti d'ora, per mettersi nei guai. 
Sorrise. Ed il sorriso era, chiaramente, quello di Sterling, benché il sarcasmo fosse in gran parte farina paterna. Jimbo si ritenne soddisfatto delle spiegazioni; stava giusto per scomparire nelle cucine quando Cecilia lo fermò, appuntandogli una domanda sulla schiena. 
- Conosci un certo.. Paul? 
La buttò lì, con l'aria distratta di chi pretende tu creda al suo disinteresse.
- Solo in questo posto lavorano due Paul 
- Il mio è biondo, capelli lunghi, coetaneo, faccia da schiaffi...
- Il tuo? 
La puntualizzazione la portò a trasalire. 
- Sì, cioè... no, no... non mio in quel senso... no, eh...
Cecilia si incupì, tirando in secca il proprio orgoglio ferito. S'attaccò al filtro, scivolando giù dallo sgabello lentamente, ma con determinazione scontrosa. Fingendo totale distacco, posò qualche dollaro per saldare la consumazione e si avviò all'uscita. 
Prima di guadagnare l'esterno, fece in tempo ad elargire un'ennesimo dito medio, a chiosa d'un commento audace sul suo di dietro.
Pessima giornata, Ritter. Pessima.